27 Febbraio 2024

Il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato ha ospitato nelle sue sale cinque performance site specific in dialogo con le opere della mostra La fine del mondo a cura di Fabio Cavallucci, il 29 ottobre dalle ore 17. Dopo il successo di The Ultimate Gesture #1, che si è svolto in occasione della Giornata del Teatro il 22 ottobre coinvolgendo Aldes, Company Blu, Compagnia Giardino Chiuso, Compagnia Simona Bucci e Sosta Palmizi, The Utimate Gesture #2 ha visto altri cinque artisti toscani realizzare creazione specifiche attraverso un percorso itinerante nel museo con la partecipazione di Samuele Cardini, Marina Giovannini, Kinkaleri, Cristina Kristal Rizzo e Versiliadanza. A partire dall’atrio fino alla prima sala del museo che ospita le opere di Qiu Zhijie, Hiroshi Sugimoto, Thomas Hirschhorn e Jimme Durham, il danzatore Marco Mazzoni della compagnia Kinkaleri, ha eseguito parte della performance Talk To You, nella quale ha interagito con il pubblico e gli spazi del museo attraverso l’invenzione di un codice gestuale che trasforma le lettere dell’alfabeto in semplici suoni, gesti, atti e movimenti come una camminata.

kinkaleri

Cristina Kristal Rizzo ha realizzato la coreografia IKEA nella sala dei minerali di Alberto Giazotto e in quella adiacente con l’opera di Hanne Darboven, M Opous 26 quartet, Rutherford Niels Bohr Moorels 1 to 99 e di Ahmed Mater Magnetism Installation posta al centro della sala. Rizzo ha danzato completamente bendata condividendo lo spazio della visione con il pubblico, coinvolto nella performance. Danzare in uno spazio museale permette agli artisti di superare quella parete che divide gli spettatori e lo spazio scenico teatrale, dando luogo a incontri e relazioni attive. Attraverso brevi sequenze coreografiche e una musica sperimentale elettronica mista a hip hop e British rap di Babyfather Killuminatti, la danzatrice ha esplorato lo spazio delle due sale, attraverso l’utilizzo di oggetti sferici, quali palline da tennis o sfere di gomma trasparenti e cerchi di cartone argentati che richiamavano per la loro forma l’immagine dei pianeti.


Cristina Kristal Rizzo

La terza performance è stata eseguita dal danzatore Leonardo Diana della compagnia Versiliadanza, dal titolo Verso La Luce. Nella sala tra le opere di Lucio Fontana, Marcel Duchamp e la teca centrale con una serie di oggetti risalenti al Paleolitico Inferiore, il danzatore ha indagato la condizione umana di smarrimento e disorientamento attraverso il rapporto visivo con un video proiettato sul muro, nel quale lui stesso danzava in una stanza asettica. Il problema dell’identità e del riconoscersi è ciò che affligge l’uomo contemporaneo e questo sdoppiamento nel video ha creato l’effetto di un’alterazione tra identità reale e identità virtuale. Il performer ha danzato freneticamente, lavorando anche a terra con il floorwork, alternando momenti di corrispondenza visiva con il video a gesti contrastanti o in antitesi. Al culmine della coreografia Diana si è accasciato al suolo spogliandosi a poco a poco della tuta nera rivelando una muta sottostante bianca, come se questa danza segmentata e agitata, lo avesse portato verso una nuova condizione di vita, a una rinascita.

Versiliadanza

La quarta performance di Marina Giovannini è stata preceduta da un lavoro itinerante di Mazzoni che ha completato la coreografia Talk To You nella sala con le opere di Rossella Biscotti Il sole splende a Kiew, Volodymyr Kuznetsov Cultivation, Boris Mikhailov Man’s talk e Arash Hanaei To a Passerby. Con la stessa modalità della sua creazione precedente Mazzoni ha attraversato la sala alternando movimenti di equilibrio a disequilibri, fino anche a sostenersi al pubblico presente.

Arrivati nella sala con i 99 lupi a grandezza naturale di Cai Guo Quang Head On, Marina Giovannini ha eseguito la coreografia Storing Something For Future Use, in cui ha ricercato le varianti di un’onda che parte dal centro del proprio ventre segmentandola, fluidificandola o distorcendola. Un’azione portatrice di memorie impresse nel corpo che si trasforma attraverso un’indagine e una ricerca di ogni muscolo coinvolto, con una musica ambient che uniforma la nostra percezione del tempo.

Marina Giovannini

L’ultima performance è stata rappresentata nella sala con l’opera di Robert Kusmirowski Quarantine, con materiali di recupero affissi alle pareti e dipinti di bianco, in modo uniforme. Il pubblico ha preso posto sulle sedie biache disposte davanti alla sala, mentre il danzatore Samuele Cardini si era mimetizzato tra la folla. Dopo qualche secondo ha preso posto al centro della sala in cui era posizionata un’altra sedia per eseguire Vanishing Act, una danza irripetibile, fuggente come gli istanti della vita e della morte, riprendendo il titolo del brano di Lou Reed, cantautore, chitarrista e poeta statunitense. Completamente vestito di nero nello spazio bianco, Cardini ha dato vita a una performance onirica, indagando il perpetuare di un istante solo nella memoria, quel confine tra ciò che è e ciò che era, suggerito anche dal movimento delle mani aperte che ruotavano attorno alla testa. La coreografia si relaziona anche con una parte dell’opera di Kusmirowski in cui è presente una testa di un uomo che diventa il fulcro di un dialogo muto, ricco di movimenti e gesti che si estendono verso ogni direzione. Nel finale il brano di Lou Reed fa da sfondo a una lenta camminata del danzatore che si allontana di spalle al pubblico, raggiunto da altri quattro performers, come se la coreografia fosse ormai un ricordo lontano.

“Dev’essere bello scomparire, fare una magia e svanire, guardare sempre avanti e non guardarsi mai indietro”.

Samuele Cardini

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Marta Sbranti

Marta Sbranti, classe 1989. Dopo il Diploma presso l'Istituto d'Arte Franco Russoli di Pisa mi sono laureata in Scienze dei Beni Culturali curricula storico-artistico. Ho conseguito la Laurea Magistrale in Storia delle Arti Visive, dello Spettacolo e dei Nuovi Media, presso l'Università di Pisa. La mia tesi di laurea "Musei e Danza" unisce le mie due grandi passioni la danza e l'arte, che coltivo fin da piccola.
"Toccare, commuovere, ispirare: è questo il vero dono della danza".
(Aubrey Lynch)

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