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Nell’indole di Marco Pacini, studente livornese di 19 anni, è impressa una sola parola: altruismo. Marco non solo è attivo volontario presso la Misericordia di Montenero (Li) e ha vissuto per due settimane a stretto contatto con la realtà di Lampedusa (esperienza di cui ci ha parlato) ma, insieme ad altri amici, sta cercando di fondare un presidio di “Libera” nella sua città.

Marco, tu per due settimane hai fatto il volontario a Lampedusa; qual è l’aria che tira sull’isola? I lampedusani come vivono la loro condizione di perpetua accoglienza?

L’aria che si vive a Lampedusa, almeno da quello che ho percepito durante la mia permanenza, è di completa disponibilità. Si, Lampedusa è il simbolo dell’accoglienza. In merito, Ivan, un abitante del posto mi raccontò dei fatti avvenuti durante la grande ondata di arrivi del 2009. Accadde che, su un’isola di 6000 persone, sbarcarono, in pochi mesi, ben 11000 migranti. Il centro di prima accoglienza, con uno sforzo sovrumano, preparò il vettovagliamento per 2000 anime nonostante fosse tarato per 850; gli altri si riversarono per le strade e per le piazze consci di dover ancora sopportare notti all’insegna delle intemperie. Le cose non andarono così. Tutti i cittadini, nessuno escluso, aprirono le porte delle loro case per offrire un pasto caldo e un po’ di rigenerante tranquillità a chi da tempo non la conosceva più.                                                                                                                                                                                 Quello che fanno volontari e lampedusani nei confronti dei migranti non è la semplice carità, poiché fare un gesto di carità vuol dire agire per pietà, significa porsi un gradino al di sopra rispetto a chi si sta aiutando. Loro, invece, vengono mossi dalla solidarietà che è un sentimento ben diverso: provano un’empatia fraterna per chi arriva dal mare. Questo fatto per me è meravigliosamente sconvolgente. Questa è l’aria che tira sull’isola.

Come è organizzato il lavoro dei volontari? Ci sono turni con lavori uguali per tutti oppure a ognuno è assegnata una mansione particolare?

No, nessuno ha una mansione specifica; là occorre essere disponibili 24 ore su 24 per ogni sorta di lavoro. La nostra attività non si esauriva nel dare aiuto al centro di prima accoglienza e nelle ambulanze presenti sul porto ma, si era chiamati, anche per assistere gli anziani e rispondere alle richieste di soccorso ordinario mosse dagli stessi abitanti dell’isola.

Quali tipi di controllo, sia di carattere sanitario che di riconoscimento, sono effettuati dalle autorità? I cosiddetti “Hotspot” sono attivi? La sicurezza è articolata su più livelli?

Allora, prima di rispondere alla tua domanda vorrei premettere che c’è stata un’evoluzione, o meglio, una regressione tecnologica dei mezzi con cui gli immigrati arrivano. Sarò più chiaro: gli scafisti presenti sulle coste africane sanno che le persone che partono con le loro bagnarole, non appena superate le acque internazionali, saranno subito soccorse dalle autorità italiane o greche. Pertanto questi uomini abominevoli pur di ricavare ancora più profitti dai traffici, lasciano salpare i disperati non più sui cosiddetti “barconi” (dotati almeno di un solido scafo in metallo o legno) ma esclusivamente a bordo di gommoni rattoppati, assolutamente inadatti ad affrontare Mediterraneo. Arriviamo alla questione controlli. Non appena i migranti entrano nelle acque territoriali subiscono, ad opera della Frontex (Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) una sorta di “quarantena in mare” in cui viene effettuato un primo screening sanitario. Solo dopo sono trasbordati sulle motovedette “Sap” della Guardia Costiera. Una volta giunti a terra, il Dr. Bartolo e i suoi collaboratori, compiono un secondo screening separando tubercolotici e scabbiati dal resto delle persone che verranno poi inviate al centro di accoglienza. Gli Hotspot non sono ancora attivi.  Difatti il riconoscimento è sempre effettuato dalla Frontex che ha decine di esperti capaci di parlare qualsiasi lingua africana e mediorientale. L’obbiettivo è duplice: scoprire l’identità del richiedente asilo (capire se si tratta davvero di un rifugiato politico) e conoscere, almeno a grandi linee, il tragitto che hanno percorso al fine di individuare le “zone calde” e prevedere l’intensità degli arrivi nel futuro prossimo. Per quanto riguarda la sicurezza durante ogni sbarco è presente, come minimo, una pattuglia di forze dell’ordine in tenuta antisommossa.

Perlopiù, i migranti, da quali paesi provengono? Quanto dura in media il loro viaggio per mare?

Non posso darti certezze perché, fortunatamente, ho assistito a soli tre sbarchi e principalmente si è trattato di egiziani, senegalesi, libici e siriani. Il viaggio per mare dura all’incirca 9 ore, di questo sono certo perché lo chiesi a Muhammad un ragazzo egiziano arrivato durante uno sbarco e che ho accompagnato in ospedale.

Entriamo nel merito della questione: i migranti, quanto tempo risiedono nei centri di accoglienza? In genere, sono accolte le richieste di espatrio per l’Europa da loro avanzate?

Si ti rispondo subito; nel centro di prima accoglienza restano dai 2 ai 7 giorni, dipende dalla frequenza con cui passa il traghetto diretto in Sicilia. All’arrivo sull’isola sono trasferiti ad Agrigento o Palermo. Qui, allucinante, possono rimanere anche un anno o più, perché la procura deve stabilire in modo definitivo se si tratta di rifugiati politici o no. Solo successivamente, in base alla disponibilità, sono trasferiti in una città piuttosto che in un’altra, ma assolutamente mai sono accettate le richieste di espatrio (molte per la Svezia) inoltrate dai migranti alle autorità.

Durante la tua permanenza sull’isola hai vissuto qualche episodio che ti ha segnato profondamente? In breve, quali sono le conclusioni che trai da questa esperienza?

Ci sarebbero tanti episodi da raccontare; sicuramente due, quelli che mi porterò dentro per tutta la vita. Uno di questi è avvenuto durante lo sbarco dell’11 Agosto. In mezzo alla calca della banchina, erano allineati 7 ragazzini, tutti un po’ acciaccati ma sani; ebbene, uno di loro mi chiese una merendina perché aveva fame e io gli offrii una Fiesta. A questo punto mi si sciolse il cuore: il ragazzo nonostante la fame non ha tenuto tutta la merendina per sé ma l’ha divisa in 7 parti, un piccolo boccone per ognuno dei suoi amici. Può sembrare una cosa da poco ma in tali condizioni, dopo 9 ore in mare sotto il sole cocente, senza cibo né acqua, fu un gesto di umanità così prorompente da colpire i sentimenti di chiunque fosse là. Un secondo evento di bruciante emotività si è consumato durante lo sbarco del 3 Agosto: un ragazzo senegalese, appena sceso dalla motovedetta, si inginocchiò a terra e urlò “Thank you”, per tre volte. Quando sei là non ti rendi conto di quello che stai facendo perché tu, parti in qualità di volontario e, fondamentalmente, la tua attività rimane quella di tutti i giorni. Io faccio tuttora fatica a capire veramente il significato che ha avuto fare un atto del genere. E’ stato mio padre il primo a farmi prendere coscienza del valore di quello che ho fatto, e posso concludere col dire che il segno lasciatomi dall’esperienza fatta, ha cambiato radicalmente il mio modo di vedere il problema.

 N.D.R. Pubblichiamo una rettifica a seguito della segnalazione proveniente da Giancarlo Damele, l’altro volontario presente durante questo periodo di soggiorno a Lampedusa:
“Lampedusa non è solo Centro Accoglienza e sbarchi di immigrati.
Lampedusa veniva ricordata (e lo è ancora, purtroppo), solamente per gli sbarchi degli immigrati e per le proteste degli ospiti del Centro di Accoglienza. Pochi hanno parlato dello spirito di accoglienza e sacrificio che hanno sempre contraddistinto gli abitanti dell’isola permettendo di gestire nel miglior modo possibile questa situazione, in alcuni momenti, veramente drammatica.
Negli anni passati ci sono stati talmente tanti sbarchi che il numero dei profughi ha superato quello degli abitanti. Ed è solo grazie ai lampedusani che si è potuto, con il tempo, gestire con i dovuti criteri, gli sbarchi che si susseguivano ancora nel tempo. A causa anche di questo, le istituzioni si sono un po’ dimenticate di altre necessità: una fra queste, l’età media elevata dei suoi abitanti con tutti i problemi e situazioni difficili da gestire che ne conseguono. E’ stato così deciso di tentare di istituire un servizio di assistenza fondando una sede della Misericordia sull’Isola.
La Misericordia di Lampedusa, quindi, è relativamente giovane, è un’associazione fondata poco meno di due anni fa; si è fatta presto conoscere e molte persone anziane, che prima cercavano di risolvere i propri problemi di trasporto all’interno della famiglia, con il tempo, sempre più spesso, richiedevano a lei il servizio.

Da notare che ancora non ci sono risposte concrete per attivare le varie convenzioni tra Azienda Sanitaria e Regione Sicilia (come del resto succede già in associazioni di tutta Italia), con il risultato che molto spesso i volontari si auto-finanziano per le spese quotidiane e solo alcune volte possono fare affidamento sulle offerte dei pazienti che trasportano.
Altra nota negativa è che i locali dove la Misericordia aveva la propria sede operativa fino a poche settimane fa è stata liberata perchè la proprietaria non ha dato più l’assenso a che potessero rimanerci in uso gratuito, accentuando una complessiva situazione di disagio.
Tutto questo si rende realizzabile esclusivamente anteponendo lo spirito misericordioso che contraddistingue il volontario avanti a qualsiasi altra necessità che, sicuramente, porterebbe a risultati più immediati senza però dare, nel profondo di ognuno di noi, quella gratificazione interiore propria di ogni atto di altruismo.
Lampedusa è una bellissima realtà e una splendida occasione per tanti giovani (e non) di poter mettere in pratica quelle doti di volontario-soccorritore che li contraddistingue.
Se volete date un occhio alla Pagina Facebook, troverete molte più informazioni e i racconti di chi è riuscito a conciliare volontariato con splendide giornate al mare.”