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L’avvento sulla scena politica di Donald Trump, visto il suo programma di governo indiscutibilmente aggressivo, suscita notevoli tensioni interne al paese. Forse per le contingenze del momento o per sincera compassione quello che in modo più marcato ha acceso il dibattito nella pubblica opinione è stato per l’emanazione, seguita immediatamente dalla sua bocciatura, del decreto anti-immigrati. Come noto, esso impediva l’ingresso negli Stati Uniti d’America a cittadini e profughi provenienti da sette paesi (Libia, Yemen, Siria, Iran, Iraq, Sudan e Somalia) ritenuti a maggioranza musulmana. Ciò che questa pubblicazione si prefigge non è spiegare, a partire dal decreto in esame, i fini della politica trumpista su tale materia, sarebbe troppo virtuoso. Bensì prendere i presupposti culturali che ne hanno favorito l’allestimento e sommarli a quelli invece inesistenti, cioè tutte le conoscenze o domande che il capo dell’esecutivo non si è posto per legiferare in merito. Solo dopo questa operazione potremo ottenere il “come” abbia potuto maturare un provvedimento di siffatta natura.

Le decisioni del Presidente Trump sono, senza ombra di dubbio, prese aprioristicamente; mi spiego: conoscendo i fatti e gli artefici degli attentati di Parigi, Istanbul o Bruxelles lui si è convinto che tutti i musulmani o almeno quelli più intransigenti accarezzino l’idea dell’attentato contro l’occidente. Entrato in carica con queste idee prese a priori, allora, crede che la cosa più razionale da fare sia negare l’accesso negli U.S.A. ai cittadini provenienti dai sopra citati sette paesi ritenuti a maggioranza musulmana. Con quale criterio è stata presa questa decisione? C’è forse uno strumento che misura la quantità e la qualità dei musulmani di tutto il mondo e, quindi, ha permesso di circoscrivere l’allerta solo a sette nazioni? Con quale logica, ad esempio, il Sudan è stato ritenuto più a rischio dell’Arabia Saudita? I criteri ovviamente non esistono. Certo è stata data poco cura alla biografia degli attentatori, tutti immigrati di seconda generazione quindi uomini figli sì di emigrati ma radicalizzatisi nel continente europeo, nel paese dove sono nati. Inoltre si rende evidente la scarsa memoria storica tipica dell’americano medio. Alle origini, gli Stati Uniti, non erano una federazione ma si presentavano sotto la forma di una composita colonia di popolamento inglese. Chi arrivava erano i perseguitati religiosi come puritani, calvinisti e quaccheri oppure famiglie che fuggivano dai gravami del sistema feudale per beneficiare degli sterminati appezzamenti terrieri che l’America offriva loro. L’elasticità del sistema fiscale poi, ne fece quella che per molti fu una reale Terra Promessa. E’ quindi fuorviante con la coerenza dell’ospitalità a stelle e strisce sovrapporre a essa una norma pensata con così tanta leggerezza. Ne consegue che l’ignoranza del passato non solo nuoce alla conoscenza del presente, ma compromette, nel presente, la buona riuscita dell’azione medesima.

Prendendo spunto dall’argomento trattato è possibile approfondire la logica con cui troppo spesso si palesano quei sentimenti di paura e odio nei confronti dello straniero. Tutta l’enorme forza repulsiva nasce dal mancato apprendimento dal concetto di “convenzione”, più precisamente di convenzione stipulata tacitamente fra uomini abitanti uno stesso territorio: la cultura musulmana come quella delle tribù oceaniche o la nostra hanno adottato una lingua, un’unità di misura, tradizioni e, in generale, un sistema di valori peculiari che gli identificano come simili ma, allo stesso tempo, la scelta di tali parametri è del tutto convenzionale al luogo dove essi stessi si sono sviluppati.

Il comportamento che noi occidentali teniamo a tavola è senza dubbio diverso da quello impiegato dagli arabi e dagli aborigeni australiani. Ma ciò non significa che il loro sistema sia privo di regole, segue solo altri tipi di regole. Efficace a una comprensione più nitida della tematica è l’esempio proposto dal filosofo Todorov sull’incontro di Cristoforo Colombo con gli indiani del Mesoamerica. L’esploratore genovese prendeva in giro gli indios poiché scambiavano in modo sventato l’oro con il vetro (materiale a loro sconosciuto) senza capire che l’oro in sé non è più prezioso del vetro, ma lo è nel sistema di scambio europeo: un diverso sistema di scambio equivaleva, per Colombo, a mancanza di sistema, e ciò lo portava a concludere che gli indiani fossero delle bestie. Ad ora è facile comprendere che tale contraddizione permea anche il mondo contemporaneo; difatti azioni come quella di Trump si fondano sull’egocentrismo, sull’identificazione dei propri valori con i valori in generale: sulla convinzione che il mondo è uno. E tutto grigio.