8 Maggio 2021

Sono stanco di vedere sempre i soliti titoli, l’ennesimo bollettino di decessi e positivi, i racconti di una campagna vaccinale disastrosa. Voi no? Sinceramente non pensate che sia arrivato il momento di dire: basta parlare sempre di Covid? Non pensate che le priorità dovrebbero essere altre? Che i governi e i media di tutto il mondo dovrebbero trattare molto più seriamente ben altre emergenze che rischiano davvero di far collassare l’intera umanità?

E non sto parlando del solito e ritrito surriscaldamento globale. Parlo di pesca fuori controllo, deforestazione, desertificazione, sostenibilità (bellissima parola abusata da tutti), rigenerazione del suolo, allevamenti intensivi, sequestro del carbonio atmosferico, cambiamenti climatici e biodiversità. Su questi argomenti, ci sono numeri che farebbero impallidire qualsiasi persona sana di mente, e sfido anche quelli meno sensibili ai temi ambientali di non sfogare almeno un tic nervoso se dovessero essere sottoposti giornalmente a questi dati, in ogni TG e quotidiano, con un tartassamento pari a quello che ci propinano per il Covid.


No, non sto banalizzando questa maledetta pandemia, anzi, sono ben consapevole degli enormi impatti negativi che ha avuto sulla nostra vita, le nostre abitudini e soprattutto la nostra salute sia fisica che mentale. Ma… c’è sempre un ma…. quello che mi fa più paura di tutta questa storia è forse il dato più importante su cui dovremmo tutti riflettere, ovvero che abbiamo perso tempo. Tempo prezioso in cui avremmo dovuto pensare a tutt’altro.

Forse sono io quello cinico che sta guardando dalla prospettiva sbagliata o più probabile è colpa di Neflix che mi terrorizza con i suoi documentari decisamente agghiaccianti. Eppure non riesco a non parlarvene. E questo perché – sì, lo ammetto – voglio che siate anche voi un po’ terrorizzati come lo sono io, ma non a causa dell’unico argomento di cui si straparla ogni santissimo giorno in Italia. Voglio, anzi, pretendo che siate informati (mi ci metto anche io) su tutte le emergenze globali così dettagliatamente come conoscete la differenza tra una mascherina ffp2 e ffp3.

Per tutto questo, spero abbiate accesso alla piattaforma Netflix o riusciate in qualche modo a recuperare 3 splendidi, quanto inquietanti, documentari: Kiss the Ground, Seaspiracy, Our Planet.

L’ordine in cui guardarli decidetelo pure voi, l’importante è farlo. Insieme ci danno una visione piuttosto chiara di come sarà la nostra vita su questo pianeta tra non molti anni. Eccoci… sto iniziando a fare del sensazionalismo… ma dovreste essere ormai abituati, no? Avete paura di abbracciare un estraneo o di visitare addirittura un parente lontano, mi sembra il minimo cominciare ad avere paura di alcune cose molto ben più presenti nella nostra quotidianità: nel nostro cibo, nella nostra acqua, nella nostra Terra dove spero potremo vivere ancora per molti anni.

Bene. Se siete arrivati fin qui, vuol dire che siete abbastanza masochisti e sadici quanto me da mettere in discussione la vostra coscienza e le vostre certezze. E quindi… partiamo.

Kiss the Ground: desertificazione, agricoltura e allevamenti sostenibili, rigenerazione della terra.

Innanzitutto diamo un po’ di riferimenti: https://kissthegroundmovie.com/, su questo sito potete trovare tutti i dettagli su questo bellissimo documentario che oltre a spaventarvi su come stiamo desertificando enormi parti del pianeta attraverso uno sfruttamento del suolo indiscriminato e insensato, offre delle soluzioni e degli esempi positivi che mi trasmettono almeno un po’ più di fiducia nel genere umano.


Kiss the Ground parla soprattutto del suolo e di come una cosa così banale come la terra può rappresentare un attore fondamentale nella guerra al surriscaldamento globale. Se sfruttato in maniera sostenibile, il terreno è in grado di “sequestrare” CO₂ dall’atmosfera, immagazzinarla sottoterra e continuare a produrre il nostro cibo come ha sempre fatto da millenni. E invece la maggioranza degli agricoltori, specialmente negli Stati Uniti che è uno dei principali produttori di grano e altri cereali nel mondo, sta facendo proprio l’opposto. Utilizzando gli attuali metodi di aratura, smuovono il terreno, sprigionando carbonio nell’atmosfera e rendendo sempre più difficile per questi campi la loro possibile rigenerazione.

Negli USA si sta assistendo ad un vero e proprio fenomeno di desertificazione. Già. Stiamo parlando di ettari e ettari di terra totalmente inutilizzabili perché non sono più in grado di assorbire né acqua né nutrienti. Eppure questi agricoltori continuano imperterriti a straziare i loro campi non solo con lo smottamento del suolo, ma anche ovviamente con pesticidi e fertilizzanti con l’unico scopo di produrre sempre più grano e cereali che indovinate un po’ dove vanno a finire? No, non sto parlando dei nostri alimenti, ma del mangime di cui hanno un enorme bisogno gli allevamenti di bestiame.

Gli allevamenti intensivi sono una delle cose più aberranti che l’uomo è riuscito a concepire. Non solo ovviamente per la sofferenza che adducono agli animali, ma anche proprio per la qualità della carne che viene prodotta da questa malsana filiera. E oltre a questo, c’è da sommarci l’enorme consumo di acqua che occorre per mantenere in vita questa produzione e l’inquinamento che ne consegue, pari al 17% delle emissioni di gas serra, peggio di tutto il trasporto su gomma in Italia.

andamento-inquinamento-allevamento-intensivo

Stiamo parlando di una totale assurdità. Il cibo che mangiamo ha ben pochi valori nutrizionali se pensiamo a tutto ciò che viene somministrato a quegli animali ogni maledetto giorno, aggiungiamo il danno che questi lager infliggono all’ambiente e in primis alle povere bestie che ci vivono, ne consegue un totale disastro.

In Kiss the Ground però vengono raccontate alternative a tutto questo. Si parla di come è possibile rigenerare il terreno attraverso il connubio tra allevamento e agricoltura sostenibile. Una corretta rotazione e aratura dei campi e l’impiego di bestiame all’aperto, non solo permette alla terra di rigenerarsi e sequestrare carbonio dall’atmosfera, ma consente anche a verdura e carne di acquisire molti più nutrienti che alla fine assorbiamo anche noi quando li mangiamo. Non sto ad entrare nel dettaglio, perché il documentario spiega tutte queste nozioni con l’ausilio di grafiche molto intuitive e interviste ad esperti che ne sanno molto di più di me. Ma vi dico che grazie a queste immagini, ho scoperto che in Cina sono riusciti a rigenerare un intero territorio da anni desertificato, applicando semplicemente tutti i principi che vi ho riassunto fino a qui e che hanno un unico filo conduttore: il buon senso.

Questo sì che mi dà speranza, ma cosa fanno i governi e i media per accelerare questo cambiamento così urgente? Molte soluzioni sono così banali: basterebbe togliere i sussidi alle aziende non sostenibili, imporre leggi e controlli sugli allevamenti, rendere consapevole il consumatore di cosa realmente sta comprando… Ma per costringere gli stati a prendere misure drastiche, serve una cittadinanza istruita e attiva. Occorre che i media ne parlino ogni santo giorno, allora sì che saremo spaventati da ciò che mangiamo, di come stiamo guastando la nostra terra, di come facciamo soffrire inutilmente migliaia di animali.

Seaspiracy, Non esiste una pesca sostenibile. I nostri mari saranno svuotati entro il 2048.

Ecco, questo documentario devo dire che lascia ben poca speranza, anzi, forse non ne lascia addirittura nessuna. E parlarne io, che vivo a Livorno e mangio pesce ogni settimana, è decisamente straziante. Perché quello che emerge dopo questa visione davvero raccapricciante, è che non esiste una pesca sostenibile e quindi l’unico rimedio sarebbe non magiare più pesce….. aiuto!

Il documentario si sviluppa come un’inchiesta e parte dall’argomento che ormai tutti conosciamo, ma che facciamo finta che non esista: ovvero il colossale inquinamento di plastica e microplastica presente nei nostri mari.

Sì. La fantomatica isola di plastica nel Pacifico esiste ed è grande quanto un continente. Ma non è togliendo bottiglie o cannucce di platica che risolviamo davvero il problema. Per usare un’espressione utilizzata nel docufilm, «è come voler combattere la deforestazione dell’Amazonia eliminando gli stuzzicadenti dal commercio». Il vero mostro da combattere è la pesca commerciale.

Altro che caccia alle balene o agli squali. Chi sta commettendo più danni della grandine sono proprio quelle aziende che alla fine ti portano il pesce in tavola, il tuo tonno in scatola o il tuo salmone affumicato. E sapete perché? Tralasciando il fatto che il materiale inquinante più presente nei nostri mari (sopra il 50%) sono proprio le reti da pesca…. quello che dobbiamo capire è che in quelle trappole mortali non ci finiscono solo tonni e branzini, ma anche delfini, squali e balene. Viene definita “pesca accidentale” e nessuno viene condannato per questo, né da un tribunale né tantomeno dai media, nonostante faccia più vittime questa che quella illegale.

Delfini, squali e balene contribuiscono enormemente alla salute e alla biodiversità degli oceani. Ma non sono solo queste specie ad essere a rischio di estinzione. Stiamo parlando dell’intera popolazione sottomarina. Se dovessero scomparire con i ritmi che abbiamo adesso, entro il 2048 i nostri mari saranno virtualmente svuotati. Allora forse ci accorgeremo del problema? Sembra incredibile, ma anche il solo movimento e rimescolio di acqua fredda e acqua calda che tutti i pesci del mondo effettuano ogni secondo hanno lo stesso effetto delle correnti e delle maree di tutti gli oceani. Se dovessero scomparire, ci sarebbero conseguenze inimmaginabili sul clima. La flora marina contribuisce anch’essa al sequestro di CO2 dall’atmosfera. Le reti a strascico hanno distrutto ettari di fondali grandi quanto l’Europa e l’Oceania messe insieme!

Voi mi direte a questo punto: allora l’allevamento dei pesci può essere la soluzione? Mi dispiace deludervi, ma neanche per sogno. Questi animali sono allevati in spazi ristretti dove mangiano i loro escrementi, si ammalano di pidocchi marini e – indovinate un po’ – secondo voi cosa mangiano tutto il tempo? Derivati di pesce…. Sì, per produrre pesce, serve più pesce di quello che si produce. Senza contare che la maggioranza di questi “prodotti” finisce sprecato perché muore di stenti o malattie prima di finire sulle nostre tavole.

Già. Capite bene perché mi senta così terrorizzato. Più si approfondisce l’argomento più si rimane sbigottiti da come la pesca commerciale sia diventata talmente industrializzata e senza controllo da far sminuire qualsiasi altra emergenza. Nel documentario si arriva a parlare addirittura di casi di schiavitù, uomini disperati costretti a morire sui pescherecci thailandesi perché non hanno altre possibilità per andare avanti.

In Africa, la pesca commerciale ha privato i popoli di quelle coste dell’unica fonte di sostentamento che avevano. Li abbiamo costretti letteralmente ad imbracciare le armi e diventare pirati su gommoni fatiscenti, come il caso della Somalia. Altri invece hanno scelto di procacciarsi il cibo nell’entroterra, mangiando addirittura bestie selvatiche che prima neanche si sarebbero sognati di cacciare. E poi ci si sorprende di come nascano epidemie come l’Ebola

Sembra assurdo, ma molte emergenze come queste sono legate da fili sottilissimi. E quello che fa più rabbia è come ci sia poca sensibilità da parte dei media o dei governi. Esistono enti, come l’MSC, che dovrebbero certificare la sostenibilità di alcune aziende ittiche, ma che invece sono addirittura finanziati da quelle stesse organizzazioni che dovrebbero controllare!

Siamo totalmente allo sbando. L’Europa ha di recente bandito i prodotti di plastica monouso, ma continua a non voler prendere in considerazione il vero problema dei nostri mari, ovvero il disastro che sta creando una sempre più accanita industrializzazione della pesca commerciale. Di fronte a questo sistema, come consumatori abbiamo solo un modo per combatterlo… è terribile anche solo dirlo, ma è la dura realtà: dovremmo smettere di mangiare pesce.

A sostegno di questo, possiamo anche dire che il pesce non è più l’alimento sano e genuino che ci hanno sempre propinato da quando siamo bambini. Oltre all’omega3, i nostri branzini sono anche ricchi di metalli pesanti come il mercurio, diossine, composti plastici, esaclorobenzene, e altri agenti tossici. Questo perché riversiamo tutto in mare e alla fine ci ritorna indietro con gli interessi.

Ma a parte fare lo sciopero del pesce, forse qualche soluzione ci sarebbe, ma sono così drastiche da essere quasi impensabili. Una fra tutte è l’istaurazione di vastissime aree protette (ma non per finta), dove la pesca è bandita e perseguibile penalmente. Il problema è riuscire a mettere d’accordo più nazioni sulla gestione di un territorio così grande e non facilmente controllabile.

Siete abbastanza atterriti adesso? Secondo me no. Forse cominceremo tutti ad esserlo se ne parlassimo ogni giorno e se insieme all’aumento di positivi da Covid vedessimo in TV anche quanto in fretta stiamo distruggendo i nostri oceani. Allora forse diventerebbe un chiodo fisso nelle nostre menti.

Our Planet. Quanto è bello il nostro pianeta e quanto è cambiato drasticamente in poco tempo

Le avete mai viste le immagini satellitari della foresta amazzonica di oggi confrontate con quelle di venti, trenta anni fa? Se sì, non lo avete fatto abbastanza spesso. Se ogni giorno vedessimo in televisione quanto sta diminuendo il verde e anche il blu in alcune zone del mondo, allora sì che cominceremmo a sentirci male.

In Our Planet possiamo ammirare le meraviglie della Terra in un modo secondo me unico nel suo genere. In primo luogo perché con gli strumenti che esistono oggi si possono gustare con una qualità d’immagine eccezionale anche le piccolissime forme di vita, impossibili da filmare solo venti anni fa. E poi perché in questa docuserie la narrazione è svolta in modo tale da focalizzare l’attenzione su tutti i tesori che ancora abbiamo sul nostro pianeta Terra e che presto o tardi potrebbero scomparire definitivamente.

Non è pesante come gli altri docufilm che vi ho esposto prima, ma alcune scene, come quella dell’affollamento dei trichechi su un’isola dell’artico, hanno un impatto decisamente forte e da molti punti di vista tragico.

La resilienza della natura è impressionante. L’esempio di Chernobyl è forse quello più lampante trattato dalla serie e che merita una riflessione più approfondita. Da quando c’è stato il disastro nucleare del 26 aprile 1986, tutto il territorio interessato e che ha come epicentro la cittadina ucraina di Chernobyl ha visto un rifiorire di fauna e vegetazione incredibile. Cerbiatti, volpi, tassi, lupi. Oggi esiste una biodiversità incredibile in quelle zone che l’uomo ha abbandonato da 35 anni. A dimostrazione che la natura sa riprendersi in un modo impressionante quando la si lascia in pace. Stesso discorso vale anche per il mare.

Tutto per dirvi che c’è speranza per l’umanità e per la nostra terra. Ma serve che se ne parli. Non è più tempo per riservare a questi argomenti la terza pagina di un giornale o un programma alle 4 del pomeriggio. Dovrebbero essere i telegiornali in primis a doverne parlare costantemente e a far emergere tutto lo sporco che in pochi, soprattutto noi consumatori, realmente conosciamo.

Quindi va bene essere spaventati, ma l’importante è anche esserne solo consapevoli, così da influenzare le scelte degli altri e magari dare il nostro voto a chi davvero importa del nostro futuro su questo pianeta.

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Tommaso Viscusi
Tommaso Viscusi

Laureato in Informatica Umanistica e Storia Contemporanea, mi occupo principalmente di sviluppo web, web design e marketing. Sono uno dei fondatori di Uni Info News e dal 2013 gestisco la parte tecnica del network. Nel tempo libero mi piace scrivere racconti, ad oggi ricopro il ruolo di Product Manager in un'azienda informatica leader del settore in Italia.

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