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Berlusconismo: Il sole, il mare, l’Ubu Re e l’autoritarismo permissivo

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L’assenza di un imprenditore che amministri l’Italia

La vita pubblica di Silvio Berlusconi fu più volte colpita da inchieste e scandali giudiziari di vario tipo, ma secondo molti questo non fece altro che aumentarne la popolarità. Per comprendere il fascino che il berlusconismo esercitò (e continua ad esercitare)sugli italiani, si deve considerare soprattutto l’impatto fortissimo che ebbe sull’opinione pubblica lo scandalo di Tangentopoli. Infatti il sisma giudiziario del ’92-93 fu così forte da far perdere la credibilità della politica agli occhi di moltissimi italiani. L’idea che iniziò ad affermarsi (accompagnata alla crescita delle politiche economiche liberiste su scala mondiale) fu quella di liberalizzare e privatizzare gli apparati economici produttivi. Secondo questa nuova ottica Berlusconi rappresentava l’imprenditore politico ideale, pronto a dirigere l’Italia come una vera e propria impresa commerciale, e a liberare il mercato dai vincoli del settore pubblico che agli occhi di molti commercianti apparivano come ostacoli alla crescita. Le politiche del Cavaliere oscillavano così tra un autentico liberalismo e una sorta di economia pseudo-sociale di carattere cristiano democratico. L’immagine di benevolo imprenditore del Cavaliere, amplificata dal continuo alone mediatico che lo avvolgeva, accolse molti elementi culturali propri dell’italiano (liberal-democratico) medio, come la tradizione cristiana, il liberalismo, l’amore per il proprio Paese, per lo sport e per le donne, l’atteggiamento ironico e scherzoso, l’indole pacifica con tutti eccetto che con i “nemici della libertà”, in primo luogo comunisti e magistrati. E proprio la demonizzazione dell’intera area politica della sinistra e della magistratura corrotta fu un punto di forza per Silvio, accompagnata da un atteggiamento spesso vittimistico: non poche volte ha parlato di complotti nei suoi confronti.

Il sole, il mare e la migliore cucina del mondo

Silvio lavorò sul suo rapporto con il grande pubblico ricercando un contatto diretto con il popolo elettorale, caratterizzato da un linguaggio semplice e ripetitivo (alcuni esperti hanno parlato di tecnica del “disco rotto per indicare la ripetitività dei suoi monologhi propagandistici), perfetto per la diffusione di pochi ed elementari messaggi. L’elettorato medio si sentiva così partecipe della vita politica. Un classico esempio dell’atteggiamento “all’italiana” del cavaliere lo si ha in un discorso del 2003 quando, alle accuse d’incompetenza mosse dall’ex Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz, rispose:

A tutti coloro che hanno guardato all’Italia dandone una versione assolutamente caricaturale e lontana dalla realtà, io li invito a godere di qualcosa che il Governo Berlusconi evidentemente non è riuscito a negare, cioè il sole, […] le bellezze dell’Italia che non siamo riusciti a distruggere in questi anni”.

Da queste parole possiamo cogliere chiaramente i continui richiami del Cavaliere alla cultura e alla tradizione italiana, così come al sole, al mare e alla cucina.

Il nuovo rapporto privato-pubblico

Alcuni sociologi hanno rintracciato in Berlusconi l’inizio di un processo di appalto della gestione del pubblico al mercato privato. Le politiche economiche liberiste non ebbero certo inizio con la discesa in politica del Cavaliere (si pensi a Ronald Reagan e a Margaret Thatcher), ma l’immagine dell’imprenditore che, nonostante l’atteggiamento bonario e divertente, si fa carico del settore politico e s’impegna a governare un Paese come un’impresa commerciale rappresenta una novità. Un elemento particolarmente caratteristico del berlusconismo è proprio l’indole incline all’approccio informale, all’insegna delle barzellette, persino con le più alte cariche istituzionali internazionali, ma anche la sua vita privata particolarmente permissiva, spesso vittima di scandali. Oltre a riprendere lo stereotipo italiano, l’immagine berlusconiana avvia quello che si potrebbe definire come un processo di “auto-ridicolizzazione” del premier; processo questo che nasce nel contesto relativamente moderato e ancora piuttosto tradizionale del berlusconismo, ma che potrebbe essere avvertito come una spia per la nascita di figure politiche sempre più “politically incorrect”, sempre più volutamente scandalose, che sarebbero apparse negli anni successivi su molte platee politiche del mondo.

L’Ubu Re e la congiunzione tra corpo del capo e corpo politico

Il drammaturgo francese Alfred Jerry a fine Ottocento pubblicò l’opera satirica “Ubu Re, dove descriveva l’ascesa al potere di un personaggio ambiguo, un commerciante spregiudicato, assetato di denaro e di potere politico, ma anche una figura ironica, caricaturale, una sorta di clown che instaura un regime di potere coprendolo di teatralità e comicità, nascondendo i lati oscuri del governo con un velo assurdo, ilare, spassoso. In questa atmosfera surreale e tragicomica, l’attore Dario Fo ha rintracciato alcuni accenni alle tendenza del berlusconismo, reinterpretando l’opera e contestualizzandola nella realtà del politico italiano. Come ha osservato il giornalista e saggista Antonio Gnoli, con Berlusconi, così come con molti altri personaggi politici del presente e del passato, si assiste ad una sovra-identificazione del cittadino nella figura del capo politico, e in particolare una congiunzione del corpo del Capo con il corpo della Nazione. Questa immagine, come sottolinea lo stesso Gnoli, richiama la leggenda arturiana del Re Pescatore e del Re Malato, nella quale la malattia dei governanti si traduce nella desertificazione del loro regno. Questa interpretazione della gestione del potere attraverso la cura corpo fisico (che si trasforma in cura del corpo politico) la si riscontra continuamente nell’ossessione del Cavaliere verso la costruzione di un’immagine forte, sana, integrale, autorevole ma non autoritaria. Un esempio di questo ruolo centrale del corpo lo si ha con l’episodio dell’attentato del dicembre 2009, in particolare in un articolo del giorno successivo dove Pietro Sorrentino nota che:

Dopo essere entrato nell’auto, spinto dai suoi guardaspalle, esce di nuovo. Si mostra alla folla. Vuole far vedere che è vivo, certo, rassicurare i suoi sostenitori, ma vuole anche compiere un gesto di ostensione. Una sorta di Sacra Sindone al vivo: viva e sanguinolenta.”

L’autoritarismo permissivo: dal Cavaliere a Trump

Sulla scia di queste analisi, il filosofo Slavoj Zizek ha definito il berlusconismo come un “nuovo autoritarismo permissivo edonistico”, notando che “il potere sta cambiando lentamente il suo modo di funzionare: finora pretendeva dignità e rispetto, oggi può assumere forme sempre più clownesche, sono nuove forme di dominio mascherate dietro il permissivismo. Con tutta probabilità questa visione potrebbe apparirci esageratamente pessimista ma non possiamo comunque ignorare i riscontri che questo nuovo modo di concepire la politica sta avendo nell’attualità. Forse, il più chiaro esempio di post-berlusconismo, potrebbe essere proprio il neopresidente statunitense Donald Trump, che, nonostante le posizioni politiche diverse da quelle del Cavaliere, presenta molti caratteri in comune, come l’origine imprenditoriale, ma soprattutto la figura paradossale e al limite dell’assurdo, diventata celebre per le dichiarazioni tragicomiche che spaziano dal sessismo al tema dell’effetto serra. Alla luce di queste ultime tendenze sempre più “politicamente incorrette” non possiamo ignorare del tutto l’appello di Zizek: anche se questa volta un ritorno di Berlusconi in persona sembra lontano (nonostante la sua celebre immortalità politica), la possibilità che sorgano personaggi simili – ma ancora più assurdi e, forse, realmente pericolosi – nel panorama parlamentare nazionale e internazionale è sempre più grande.