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A favore del numero chiuso: riflessioni a pancia piena

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Parlare di un tema come quello del numero chiuso, da sempre, genera un caos di polemiche, accuse, minacce di ricorso. Spesso e volentieri infondate. In data odierna si sono svolti i test di ammissione per la Facoltà di Medicina, e a breve si terranno quelli di Architettura e Veterinaria. Il destino di migliaia di studenti in bilico.

Come ogni anno le associazioni studentesche si mobilitano, scendono in piazza, manifestano contro il “governo-ladro” che priva del diritto agli studi gli studenti di ogni età e che spegne i loro sogni. E’ davvero così? Si nasconde qualche macchinazione oscura dietro al numero chiuso?

Assolutamente no, e fortunatamente è stato introdotto il numero chiuso. Fortunatamente, beatamente.
Coloro che si lamentano della lesione al diritto allo studio spesso non sanno di cosa stanno parlando. Il diritto allo studio non viene leso nella misura in cui viene concepita l’idea di un test di ammissione, e nemmeno se si introduce un ristretto numero di studenti che saranno ammessi all’insegnamento delle materie del corso di esame.
Nelle normative che regolano il settore non è prevista alcuna limitazione: si può “tentare la fortuna” un numero indefinito di volte senza vedersi preclusa la possibilità di ritentare, e si può comunque optare per altre Facoltà di seconda scelta. Se così non fosse, verrebbe negata a questo punto la possibilità di soddisfare le proprie aspirazioni, e di intraprendere quel determinato percorso di studi. Questo sì, sarebbe un omicidio al diritto allo studio.

Given that it does not appear that there is a limit on the number of times a candidate can sit the test, the applicants still have the opportunity to pass it and gain admission to the course of their first choice.

La normativa italiana prevede che tale limitazione sia giustificata sulla base di due elementi:

  1. La capacità e il potenziale delle strutture universitarie
  2. Il “fabbisogno di professionalità del sistema sociale e produttivo”

Sono due variabili che assai raramente vengono menzionati, spesso di cui non si tiene adeguatamente conto. Immaginate l’ultima aula di università nella quale avete sostenuto un esame, o frequentato una lezione di scuola superiore, ed immaginate che al suo interno ci siano sei-volte-tanto le persone che ricordate: 120 studenti in un’aula di 20, 600 studenti in un’aula che può contenerne 100.
Oltre a notevoli problemi logistici, immaginate la qualità dell’insegnamento, con uno sparuto numero di insegnanti sovraccaricati dal lavoro e dall’onere di garantire l’adeguata professionalità e capacità ad un numero di studenti così elevato. Nella migliore delle ipotesi avremmo in una decina d’anni un esercito di medici ignoranti.

Che, per inciso, avrebbero il compito di salvare le nostre vite.
Se trovano lavoro.
Il secondo criterio fa riferimento proprio a questo aspetto, ed è forse il fattore che più di tutti risulta determinante: l’esigenza pressante di formare professionisti che possano trovare lavoro in un contesto produttivo, e che possano trovarlo in fretta. Questo perché la Facoltà di Medicina offre sbocchi professionali molto scarsi, se si esclude l’esercizio della professione medica che è naturale proseguimento del percorso di studi, a differenza di altre facoltà (informatica, fisica, giurisprudenza, economia). Che senso avrebbe inserire sul mercato del lavoro 100 medici, se la società ha bisogno di soltanto 20 medici? Ci ritroveremmo con 80 medici, ammesso e non concesso che siano stati assunti i migliori, per la strada, e le conseguenze avrebbero una portata sociale enorme.

The Court further considers that these restrictions conform to the legitimate aim of achieving high levels of professionalism, by ensuring a minimum and adequate education level in universities in appropriate conditions, which is in the general interest.

Potremmo domandarci se effettivamente il numero di studenti da ammettere di anno in anno sia troppo scarso, o si rischino esuberi, ma questo non attiene certamente al tema in questione. La valutazione è qui di esclusiva competenza ministeriale.
Troppe ragazze e troppi ragazzi vogliono fare i dottori, ma non c’è posto per tutti. Questa è la realtà.
La formulazione del test di ammissione è indubbiamente perfettibile. Ma questa è un’altra storia.
La Relazione dell’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) consegnata pochi giorni fa testimonia come i medici siano i più veloci a laurearsi, con poco meno di un anno di ritardo di media, e come assai raramente abbandonino il percorso di studi intrapreso: il test di ammissione assicura, in questo senso, che i candidati che superano la selezione siano adeguatamente motivati, a differenza di altre facoltà (Scienze Sociali e Scienze Politiche su tutte) dove il tasso di abbandono è altissimo e dove la laurea si prende spesso per diletto.

 

Si fa troppo presto a parlare di merito, nel Bel Paese. Il merito però vogliamo vederlo prima di tutto negli altri: se tocca a noi rimboccarci le maniche, allora iniziano i primi sbuffi, le prime lamentele, le prime accuse a denti stretti.

Per cui, ben venga il numero chiuso. Guardate cosa accade nella Facoltà di Giurisprudenza: eserciti di giuristi che nonostante i numerosissimi sbocchi professionali rimangono spesso a bocca asciutta; più avvocati a Roma che in tutto il territorio francese.

P.S. le note inglesi sono tratte da una sentenza dell’aprile del 2013, un vero e proprio punto di riferimento che invito a leggere: http://hudoc.echr.coe.int/sites/eng/pages/search.aspx?i=001-118477