14 Aprile 2021

Sono passati 74 anni dalla prima pubblicazione di Se questo è un uomo di Primo Levi. La vicenda editoriale di questo libro fu complessa e allo stesso tempo una lente d’ingrandimento su quello che era allora l’atteggiamento dell’editoria in voga, tendente perlopiù alle novità, ai romanzi della letteratura neorealista della prima metà del ‘900. Su questa scia, Levi vede pubblicato il suo libro nel 1947 dall’editore torinese De Silva, che lo reputa già agli albori del secondo dopoguerra un testo chiave sulla comprensione degli eventi drammatici e dell’apparato sistematico dei Lager nazisti; oltre ovviamente al valore e al riconoscimento dello status autobiografico il quale, tuttavia, non infierisce e non predomina – grazie alla incredibile lucidità e al rigore della parola chiara, soppesata dell’autore – sulle descrizioni, sulle percezioni e sugli ambienti circostanti dei capitoli che si susseguono. Infatti, il Lager non inficia solo l’individuo/personaggio Levi, ma racchiude in se tutta l’esperienza biologica e sociale, l’intero complesso reale che ci viene presentato con estrema lucidità dall’autore; la sua (non)logica e il razionalismo corrotto che traspare come unico espediente per la sopravvivenza degli stessi deportati con i quali l’autore interagì durante il suo periodo di prigionia.

Inizialmente Se questo è un uomo non riscuote il successo che merita. C’è la cosiddetta “voglia di dimenticare”, di metabolizzare la vicenda dei campi; il testo dunque si presenta per l’opinione pubblica come troppo prematuro per i tempi. Einaudi però nel 1958 riconosce (dopo aver rifiutato di pubblicarlo nel 1947) l’autenticità e l’effettivo valore del manoscritto di Levi, che sarà – in questa nuova edizione – ampliato con un capitolo in più (Iniziazione) rispetto alla prima pubblicazione del ‘47, e perfezionato sul piano stilistico-sintattico al fine di rafforzarne l’intensità e il senso esemplare di documento storico e letterario. In breve tempo il libro conosce molteplici traduzioni nelle maggiori lingue europee.


Levi sentì subito l’urgenza di raccontare. Simultaneamente lo vediamo alle prese tra il ‘46 e il ‘47 con la stesura dei capitoli di Se questo è un uomo, alla scrittura di appunti e dedito alla composizione di poesie che hanno le loro radici addirittura nel viaggio di rimpatrio (gennaio 1945) descrittoci nel romanzo La tregua, pubblicato nel 1963 sempre da Einaudi, casa editrice con cui Levi è ormai in buoni rapporti e che gli permette di conoscere intellettuali di spicco come Italo Calvino e Natalia Ginzburg.

Laureatosi in chimica all’università torinese cum laude nel 1941, catturato nel 1943 a seguito della sua esperienza di partigiano in Val d’Aosta, deportato nel 1944 ad Auschwitz, sopravvissuto grazie alle sue doti di chimico, Levi riesce a rientrare come impiegato della Buna, fabbrica al fianco del campo di Auschwitz sotto il comando nazista, sfuggendo alle massacranti condizioni di lavoro dei prigionieri comuni (Häftlinge) di cui faceva parte fin a poco tempo prima. Il superamento di un suo test pratico all’interno della fabbrica di gomma incaricata di rifornire l’esercito tedesco nel 1944 contro l’avanzata dell’Armata Rossa, gli fa ottenere il posto di chimico collaboratore. Da qui la “fortuna” di Levi: la cultura e il sapere lo sottraggono dal destino a cui furono soggetti i suoi ex compagni di Block (il numero 30), di cuccetta, i volti scarniti e man mano irriconoscibili dei detenuti che non rivedrà mai più dopo la sua promozione privilegiata rispetto a questi succitati. Da questo dato esperienziale si ricava la natura primigenia che ci permette di celebrare questa Giornata della Memoria tramite la valorizzazione di ciò che salvò dalla tragica vicenda nazista Primo Levi: la cultura e la conoscenza.

La conoscenza è la base per Levi. Base di sopravvivenza, di resistenza alle radici che lo terrà sempre vigile, in grado di reagire allo smarrimento imposto dall’illogicità stessa del Lager: un meccanismo di annientamento non solo fisico, ma anche psicologico. Il tempo si dilata durante le ore di lavoro, si scorcia nelle notti interrotte bruscamente dalla sirena del mattino che obbliga i prigionieri ad alzarsi, “lavarsi” il più velocemente possibile e a indossare il loro indumento per essere presentabili dinanzi alle guardie delle SS. Ogni mossa è accuratamente pianificata e assestata dai nazisti, così da rendere il prigioniero spaesato e allo stesso tempo cosciente del propria progressiva destituzione; mentre la fuori – al di là del filo spinato – scorre la vita di ogni giorno che un tempo appariva scontata.

Oltre all’episodio dell’esame di chimica (tra l’altro, titolo di un capitolo del libro) è opportuno accennare all’episodio del capitolo Il canto di Ulisse che vede coinvolti Levi e Jean, lo studente alsaziano di 24 anni, il cosiddetto Pikolo, che appartiene come Levi allo stesso Kommando Chimico. Durante un turno di pulizie di una cisterna interrata, Jean irrompe sulla scena, e proclama il turno di Levi come compagno che lo assista nel ritiro giornaliero del rancio di zuppa. E’ l’occasione giusta per fare due chiacchiere. Il punto di ritiro dista un chilometro da dove i due sono situati: “Tu es fou de marcher si vite. On a le temps, tu sais” dice il Pikolo a Levi. “Sei matto a camminare così in fretta, abbiamo tempo sai”. Levi durante la permanenza nel Lager ha avuto occasione di conoscere contemporaneamente più lingue tra europee, ceppi linguistici sviluppatisi all’interno del Lager e gerghi specifici dell’ebraico europeo ed extraeuropeo. Si tratta di un vero e proprio caos linguistico del Lager, un organismo in cui la comprensione e la comunicazione tra l’uno e l’altro è pressochè impossibile, come è impossibile riconoscere il perché di quell’offesa, di quella punizione inflitta cui nessuno può opporsi. Tuttavia, la retorica del Lager non disfa l’eredità linguistica che Levi ritrova nei suoi studi liceali e nel padre della sua lingua: Dante. L’analogia tra l’Inferno dantesco e l’universo concentrazionario del Lager adesso ci appare sempre più definita ed evidente.

Partiti per recarsi al punto di ritiro, i due instaurano una conversazione – apparentemente ingenua – che ci dimostra la potenza, la resistenza di come la Memoria e la Cultura possano essere in grado di penetrare anche laddove il Male si manifesta nella sua quintessenza, nel suo stato più articolato e sistematico, intento a cancellare le radici culturali della tradizione occidentale. Basti ricordare che Levi, di origini ebraico-piemontesi, lascia subentrare in quest’opera celebri aneddoti e simboli della Bibbia, testo di riferimento dei valori fondamentali del secolare occidente, ora imputato nell’opposizione alla perdita definitiva dei valori che macchia l’Europa in questi anni.

Una volta rallentato il passo, Levi si ricorda del desiderio di Jean: vorrebbe imparare l’italiano, poiché già parla francese e tedesco. Ecco che Levi durante quel tragitto, diviene per Jean come un maestro: con uno sforzo riesce a ricordarsi Dante a memoria. I passi citati provengono dal canto XXVI dell’Inferno; canto in cui spicca la figura di Ulisse (da qui il titolo del capitolo). Jean ascolta attentamente l’orazione del maestro.


Dopo alcuni vuoti di memoria a seguito dei versi 85-90, Levi si riprende significativamente al verso 100: “…Ma misi me per l’alto mare aperto”. Qui ha inizio lo snodo che ingloba le vicende personali dei due uomini in un destino comune all’umanità tutta, monito anche oggi per noi in questa Giornata della Memoria. Destino e periodo storico in cui siamo tutti noi coinvolti e alla quale è impossibile sottrarsi. E’ partito il nostro viaggio per l’alto mare aperto, oltre le Colonne d’Ercole, limite che l’eroe greco-romano pose (non plus ultra) simbolicamente e che noi uomini abbiamo ormai voluto superare. Il superamento dei limiti ha portato a conseguenze disastrose la civiltà umana, mettendo a rischio l’intera nostra specie. Dinanzi a ciò, Levi reagisce… reagisce con Dante, con la Memoria e con la Cultura che lo hanno formato prima come uomo e poi come cittadino del mondo. E’ la poesia dunque lo strumento capace di redimere lo status dell’uomo contemporaneo; la letteratura e la salvaguardia del Ricordo, che ci inclinano verso un imperativo morale non più assecondabile. Non a caso, Se questo è un uomo si apre proprio con una poesia in epigrafe dello stesso Levi: componimento potente, emblema che si rivolge sin dal primo verso a “Voi”, noi lettori del presente, come ammonimento universale e come profezia retrospettiva di ciò che è stato e che potrebbe riaccadere.

Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza”. (Inf. XXVI vv. 118-120). In questo libro, in questa parte dell’opera leviana si assiste alla ripresa esplicita di uno degli imperativi più iconici della letteratura mondiale. La “semenza”, il lume, la ragione che deve equilibrare l’uomo e inclinarlo verso il bene (anche riprendendo il pensiero filosofico classico) non deve venir meno agli istinti irrazionali dell’essere umano: tale era il congegno attuato dai nazisti, caratterizzato da un sovvertimento della ragione, in cui i prigionieri arrivavano a corrompere la loro stessa comunità e ad ampliare le disuguaglianze interne, vista l’impossibilità di reazione e di collaborazione tra i medesimi. Non siamo stati creati per vivere come delle bestie (bruti), ma per aspirare alla virtù e alla conoscenza. Conoscenza che qui in Levi si ripalesa in modo estremamente necessario e concreto. Nel momento di maggiore bisogno e resistenza, ecco che la figura di Dante riappare come un punto di riferimento, di riscatto dalla miseria e dalla difficoltà dell’esistenza circostanziale dell’individuo. In questo tempo anche per noi uomini del XXI secolo, analoghi a Ulisse, attualmente in difficoltà durante il nostro viaggio; uomini che hanno varcato la soglia delle Colonne d’Ercole e destinati al naufragio della civiltà. Questa è la lezione di Levi. Una lezione che perdura. Mai definitivamente archiviata e quindi mai archiviabile.

In questo 2021 si celebra l’anniversario dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. Al contempo, nel giorno del ricordo delle vittime della Shoah, il 27 gennaio a livello internazionale, è necessario ribadire che anche il nostro periodo storico presenta difficoltà, temi e analogie che sia Levi, sia Dante, rendono reperibili nella loro opera. Qui se ne è mostrato un esempio in occasione della Giornata della Memoria; tramite un’operazione concettuale che ci impone di leggere e riscoprire ciò che accadde con una nuova sensibilità e con necessaria lucidità tramite la parola poetica, letteraria e documentaria di cui Levi è sempre stato promotore.

Levi non ha dimenticato, e neanche noi dobbiamo dimenticare. Non possiamo, non ce lo possiamo permettere. Perchè dimenticare – specialmente oggi, in cui si assiste alla sottovalutazione e ad atteggiamenti sempre più superficiali insiti nelle masse postnovecentesche riguardo questo argomento – significa esporre il nostro presente a rischi, a interpretazioni fallaci e a concezioni anomale della nostra storia. Questo fu il turbamento più grande che permeò tutta l’esistenza di Primo Levi, a seguito dell’esperienza dei campi di concentramento nazisti dal secondo dopoguerra in poi.

E’ possibile che ciò possa riaccadere?” Questo interrogativo continua a presentarsi ancora oggi dinanzi a noi. Continuerà a farlo ripetutamente. Leggere Primo Levi oggi significa cercare una risposta possibile, laddove le risposte sembrano impotenti dinanzi alla ripetizione ciclica degli eventi che la storia ci (ri)presenta senza sosta, e ingiustificabili sul piano pragmatico e argomentativo della coscienza collettiva e politica dell’attuale occidente. Ma non sul piano della letteratura.

 

Leonardo Bachini

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