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La Sandplay Therapy nella clinica: Intervista a Mario Mengheri

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A partire da Gennaio 2019 l’AIRP (Associazione Italiana Ricerca in Psicosomatica) e l’AISPT (Associazione Italiana Sand Play Therapy)  presentano, a Livorno, quattro Workshop dal titolo: “La Sandplay Therapy nella clinica”.

I seminari prenderanno avvio il 19 Gennaio p.v. Si svolgeranno, a cadenza mensile, presso la sede Airp di Livorno, Via Carlo Meyer, n°5, dalle h.10:00 alle h.13:00. Al primo incontro seguiranno, come da programma, i Workshop il 23 Febbraio, 30 Marzo e 13 Aprile, condotti da analisti junghiani Didatti dell’AISPT: Associazione Italiana Sand Play Therapy e dell’AIPA: Associazione Italiana Psicologia Analitica.

La finalità del ciclo seminariale è quella di introdurre alla conoscenza e avvicinamento al Gioco della Sabbia, metodica sviluppata dalla psicoanalista svizzera Dora Maria Kalff (1904-1990), allieva diretta di Carl Gustav Jung.

Saranno illustrati, approfonditi e discussi gli aspetti teorici e applicativi più significativi di questo metodo terapeutico dalle notevoli potenzialità individuative e cliniche.

Il ciclo seminariale è interattivo e a numero chiuso (max 50 partecipanti).

Le iscrizioni termineranno il 16 gennaio. È aperto a tutti: pazienti, psicoterapeuti, psicologi, medici, appassionati di psicologia, o ‘semplicemente’ a chi è interessato a mettersi in gioco e avvicinarsi e/o confrontarsi con il proprio mondo interno. Difatti, il Gioco della sabbia è mirabile attivatore dei movimenti della psiche.

Per tutte le info è possibile contattare il numero tel. 0586 892571, o scrivere una email a mario.airp@gmail.com, oppure, consultare i siti www.mariomengheri.it o www.airplivorno.com

Ho deciso di incontrare e presentare qualche domanda al dottor Mario Mengheri, Psicoterapeuta, Psicoanalista junghiano (Didatta della scuola di formazione per psicoterapeuti e psicoanalisti junghiani dell’AIPA e dell’International Association for Analytical Psychology: IAAP), Sessuologo clinico, appassionato e studioso della psicologia del profondo e del Gioco della Sabbia, per saperne di più sugli argomenti proposti, trattandosi di tematiche che suscitano notevole interesse fra i curiosi della psicologia del profondo e i professionisti per validità ed efficacia nei percorsi di educazione, promozione, prevenzione e clinica della salute a favore di singoli e dell’intera collettività.

Scopo dell’intervista è quindi conoscere direttamente dalle parole dell’organizzatore e coordinatore, la portata innovativa di questo evento formativo dedicato alla Sandplay therapy e psicologia junghiana, che l’AIRP, nella persona del suo Presidente, dott. Mario Mengheri, propone per il 2019 in collaborazione e sinergia con l’AISPT.

in foto, il dottor Mario Mengheri

Sono stato accolto dal dott. Mengheri nello studio dove è solito incontrare i suoi pazienti. Insieme abbiamo a lungo conversato piacevolmente intorno alle molteplici attività che da oltre 35 anni, unitamente alla clinica, svolge allo scopo di sensibilizzare e diffondere il pensiero junghiano. Animatore e oggetto specifico del nostro colloquio è stato tuttavia il ciclo di workshop di prossimo svolgimento La Sandplay Therapy nella clinica, di cui, della generosa intervista, qui è riportato soltanto un breve stralcio.

Dott. Mengheri come mai ha scelto proprio questo argomento?

La motivazione alla base della scelta di illustrare la metodica del Gioco della Sabbia, è scaturita da una proposta, che con immenso piacere ho accolto, avanzatami da alcuni amici e colleghi, il Professor Francesco Montecchi e la dottoressa Daniela Tortolani. L’ho subito considerata una valida opportunità formativa sia per chi vuole accostarsi per la prima volta alla metodica della Sandplay, ma anche per chi già la conosce e vuole essere aggiornato

A quando risale il suo interesse per il Gioco della sabbia?

Nel 1985 incontrai al Bambino Gesù di Roma Dora Maria Kalff , figura carismatica e illuminata. Restai entusiasta nel vedere  come si poneva e si rapportava con i suoi pazienti e con noi tutti, ma soprattutto ebbi modo di scoprire i presupposti teorici e applicativi del Gioco della sabbia. Presso la sua incantevole dimora di Zollikon (Zurigo) iniziai, con lei, un percorso di formazione personale con la Sandplay Therapy che portai a termine qualche anno più tardi, dopo il sopraggiungere nel 1990 della sua morte, a Roma con la dott.ssa Andreina Navone, la quale, via Skype, sarà con noi al workshop del 19 gennaio in dialogo con la collega Paola Rocco, lei presente invece, con me, in sala.

Quale è la ragione per la quale ha deciso di dedicare i seminari junghiani al Gioco della sabbia?         

Ritengo che per tutta la durata della vita non si debba finire mai di essere e sentirsi esploratori, di interrogarsi, al fine di ampliare la conoscenza verso se stessi e il mondo. Per questo diviene indispensabile prepararsi e aggiornarsi continuamente nel e con il confronto dell’esperienza di quei colleghi che hanno concorso a far crescere e diffondere metodi innovativi, nello specifico, questa metodica, così come amava definirla Dora Maria Kalff. In Toscana mi sembra non ci sia nessuno che stia lavorando con la SPT e questo è già di per sé motivo sufficiente per impegnarsi a dare risalto al lavoro prestigioso di colleghi professionisti che da decenni la utilizzano in altre parti del nostro paese. Inizialmente, (nel 1950 circa) la Sandplay Therapy non riscosse un grande successo da noi in Italia, contrariamente a quanto accadde in Giappone dove fu così voluta che la stessa Dora Kalff vi si recò. In una fase successiva la Sandplay Therapy approdò in America, per arrivare e diffondersi in Europa e, finalmente, attecchì anche in Italia. Da 45 anni ormai è entrata nel nostro paese dove può esistere proprio attraverso la ricerca e l’operare attivo dei professionisti dell’AISPT. Il Direttivo di questa associazione mi ha contattato proponendomi di collaborare alla nascita di un momentaneo polo di lavoro sulla Sandplay Therapy in Toscana, a Livorno, con l’AIRP. Ho accettato con entusiasmo. Spero anche che nuovi specifici professionisti si aggiungano e continuino ad utilizzare in terapia la Sandplay therapy.

 

in foto, un immagine della sabbiera utilizzata per la Sandplay Therapy


Come nasce e in cosa consiste il Gioco della sabbia?   

Il Gioco della sabbia nacque grazie a Dora Maria Kalff, a seguito di un convegno a cui partecipò alla Tavistock Clinic di Londra (istituto dove si lavora a tutt’ oggi per i bambini e con i bambini). Lì incontrò  Margaret Lowenfeld, (autrice del volume intitolato “Il gioco del Mondo”), e vide che lei, nella sua clinica,  facilitava e incoraggiava il gioco dei bambini con pupazzetti attraverso i quali, guidati dalla loro immaginazione davano avvio a un gioco di animazione facendo muovere e parlare. La Lowenfeder chiedeva, (suggeriva) ai bambini in terapia di costruire liberamente qualcosa, utilizzando proprio questi pupazzetti che si trovavano riposti in una scatola. Il loro numero era molto limitato (si parla di sei/sette), perché molti pensatori, come la stessa Lowenfeld, consideravano significativo che  fossero pochi gli oggetti di cui i bambini potevano disporre. Dora Kalff chiese alla collega londinese, se poteva utilizzare anche lei, nel lavoro con i bambini, le miniature di oggetti. Essi dovevano, per la Kalff, rappresentare ‘tutte le cose del mondo’ (statue, fiumi, sedie, bambole, personaggi della vita, soldatini, quadri ecc.) e ogni altra cosa immaginabile e possibile da animare e collocare sulla sabbia. Dora introdusse l’uso di una cassetta rettangolare contenente sabbia e tanti pupazzetti a disposizione e, rivoluzionò il metodo. La sabbia, già di per sé, è materiale che, se toccato, attiva la mente. Approntò una cassetta (sabbiera) di dimensioni standardizzate (57 x 72 x 7 cm, che adesso vengono utilizzate in tutto il mondo), tali che guardandola dall’alto la persona avesse potuto vedere con un colpo d’occhio tutto lo spazio rappresentato. La cassetta-vassoio è dipinta di color celeste, perché questo è il colore che riproduce sia il cielo che il mare (sia il basso che l’alto). Dora, a suo dire, preferì la sabbia per la sua caratteristica di essere un solido che proviene dal profondo del mare e dallo sgretolamento delle rocce, quindi materiale arcaico e, inoltre, perché si comporta come un liquido assumendo la forma del recipiente che la contiene. Chiunque tocchi la sabbia e si metta in sintonia con quello che sta facendo, sentirà attivarsi all’istante delle rappresentazioni, delle immagini, che provengono dal mondo interno. Così proiettiamo delle immagini che vengono alla mente sul vassoio di sabbia grazie all’attivazione che la psiche ha ricevuto con il contatto con la sabbia stessa. Coloro che si confrontano con questa metodica, potranno costruire e deporre queste rappresentazioni sulla sabbiera, con l’ausilio di oggetti posti sugli scaffali presenti nella stanza e che, differentemente dal metodo della Lowenfeld, non saranno numericamente limitati, ma disponibili in 100-150 pezzi. La sabbia, inoltre, può essere bagnata, generando così forme dal compattamento, anche monumentali, di vario genere. È interessante analizzare le configurazioni realizzate da chi, portatore di una sofferenza psichica, riesce ad esprimerla attraverso la sabbia sia asciutta che umida: possono comparire forme terribili ma anche giocose. Particolarmente rilevante è l’esperienza della prima sabbia che ho effettuato. È importante perché è una sabbia dal valore prognostico; infatti, spesso è possibile fare una prognosi e diagnosi di massima. Al riguardo mi preme sottolineare che tutto questo acquista valore solo se è inserito in un percorso psicoterapeutico junghiano.  Rispetto al paziente diverse sono le posizioni che può assumere il/la terapeuta/sabbista: Dora Kalff sosteneva che fosse meglio non intervenire o fare domande, ma essere silenziosi per dare modo alla psiche di pensare, e al paziente di ‘giocare’ con ciò che più desidera. È indispensabile dare alla mente del paziente la possibilità di esistere. Il pensiero non è un vuoto. È un insieme di momenti silenziosi dove possono muoversi immagini appunto, silenzi ed elaborazioni che possono essere interrotti dal parlare (o interpretare) del terapeuta. Il parlare impedisce al pensiero di colui/colei che costruisce il vassoio, blocca il muoversi delle proiezioni sul vassoio. Nella seconda volta che si usa la sabbiera, e così a seguire, si osserva che i protagonisti scelti nel primo vassoio spesso ricompariranno, saranno scelti di nuovo e sarà possibile scorgere un percorso, un po’ come scendere nel mondo dei sogni. Quando sarà il momento, infatti, il terapeuta interpreta le sabbie proprio come in analisi fa con i sogni. Queste interpretazioni non vengono riportate al paziente. L’interpretazione potrà avvenire anche molto tempo dopo. In seguito, dopo mesi, si possono riprendere le foto allora scattate delle sabbie, realizzate dal paziente durante il trattamento e alla fine di ogni analisi  interpretarne il significato. Così si svolge il processo analitico. Solitamente si consente al paziente di costruire una sabbia all’interno di un percorso di analisi junghiana, nel momento in cui, analista e paziente, sono in sintonia: certamente in primis deve essere il paziente a sentirsi nel ‘momento giusto’. La diade paziente/terapeuta deve infatti sentirsi presente e partecipe, nel veder rappresentare, prendere forma, l’inconscio del paziente sulla sabbiera. È prassi, inoltre, dopo che il paziente ha terminato il suo percorso SP, che torni, anche dopo uno o due anni, a ripercorrere con il terapeuta il proprio percorso rivedendo le sue sabbie e nel qui/ora di quel momento, anche dall’interpretazione del terapeuta, sentirà, avvertirà cose straordinarie riguardo le immagini da lui composte allora sulla sabbiera, la sua psiche, al suo pregresso dire, che, la psiche stessa,  è stata in grado di predire il futuro. Cioè, osservando a distanza di tempo le sabbie, spesso può accadere al paziente di scoprire, in un’unica seduta, il significato, di ciò che era avvenuto e come il suo inconscio avesse già presentato alla mente ciò che era, ma che non essendo ancora pronta, non era stato in grado di accogliere. Esiste una differenza significativa tra le immagini nei sogni e quelle costruite sulla sabbiera: mentre nei primi esse non sono concrete, sulla sabbia le possiamo addirittura toccare e, attraverso una foto, fermare per sempre. Quindi il soldatino o l’oggetto che scelto e poi rimesso a posto, è un oggetto che resterà scolpito nella mente. È qualcosa che sceglie la psiche: qualcosa che può celare un significato inconscio, che non può, all’inizio, emergere ancora alla coscienza, ma che sicuramente sarà utile ad accelerare quel percorso tale che la coscienza possa leggere nell’inconscio il significato simbolico di questo oggetto/situazione.

Il dottor Mario Mengheri è stato il primo autore ad aver pubblicato nel 1991 un volume in lingua italiana dedicato interamente al Gioco della sabbia dal titolo: “Il gioco della sabbia. Dal comportamentismo alla psicologia analitica attraverso la psicologia ambientale”.

Di seguito riporto un brano suggestivo tratto dal suo libro in cui emerge il phatos con cui  racconta l’esperienza della sua prima sabbia, dopo il precedente lavoro con Dora Maria Kalff:

“Mi sentivo inquieto; tante volte avevo rimandato quell’incontro per i numerosi impegni che solo allora capivo quanto fossero pretestuosi: difatti, solo quel giorno, quel momento, potevo iniziare a intraprendere quell’esperienza. […] Sono entrato. Mi sentivo un po’ ridicolo: io, il vassoio di sabbia, la mia età e … un gioco incomprensibile ma che sentivo significativo, certamente importante. […] Tanti minuscoli oggetti predisposti su scaffali, che tappezzavano le pareti della stanza, mi infastidivano. Avevo bisogno di essere solo, io e il vassoio della sabbia. La sabbia era lì per essere toccata, plasmata, per ascoltarmi e accogliere ciò che di me non accettavo o non conoscevo. A metà seduta mi resi conto di non essere solo, ma con la terapeuta del gioco della sabbia. A differenza dei primi lunghissimi minuti, la sua presenza non mi infastidiva, pur ancora  percepita come intrusiva. Nonostante la sentissi vicino non la vivevo parte integrante della Sandplay Therapy  e percepivo il bisogno di non ‘ascoltare’ la sua presenza. Vivevo in un tempo e in uno spazio al di là di ogni relazione umana. La presenza degli oggetti disposti sugli scaffali continuava a disturbarmi. Ho finalmente contattato quel corpo (la sabbia). Avevo l’impressione che ce ne fosse poca, eppure la sentivo illimitata. Prima l’ho toccata con il dorso delle dita della mano destra tracciando quattro profondi solchi, poi mi sono fatto coraggio e, con la stessa mano, l’ho stretta in pugno fino a volerla appartenere e sgretolare. Le mani, il mio sguardo, la sabbia, mi consentivano di toccare le mie rappresentazioni mentali. L’aggressività che si faceva avanti voleva vincere quel corpo (materia-sabbia) e poteva riuscirci grazie alla forza della  mano. Come sabbia umida che addensa i suoi granelli così in quel luogo sentivo accadere il compattarsi della  mente. Avevo potuto avvicinare, contattare e domare, la forza distruttrice che prima avevo avvertito. Quando ho aperto il pugno per lasciare cadere gli infiniti granelli che esso conteneva, ho cercato e trovato il pavimento della cassetta. Sono penetrato in quel corpo, fino a toccarne il fondo. Il colore celeste (che solitamente lo caratterizza), mi ha tranquillizzato contenendo la paura che per un momento avevo avvertito sopraggiungere: un sentimento, un affetto troppo intenso che mi pervadeva. Ho allontanato le mani della sabbiera; con una toccavo l’altra e, a tenere unite queste  due  immagini enantiomeriche, rimanevano numerosi granelli di sabbia sulle mani, tra le dita. L’analista ha posto vicino a me alcuni fazzoletti di carta per liberarmi dai granelli. Ho apprezzato il gesto, l’ho sentita presente, ma non ho usato quei fazzoletti. Sentivo cari quei granelli e non volevo separarmene. Avevo la sensazione, che se avessi asportato meccanicamente quei granelli, avrei gettato via qualcosa di importante, che mi apparteneva: frammenti che sentivo uniti tra loro e loro a me. Ecco, solo ora sentivo di poter esplorare gli scaffali che mi circondavano. Gli oggetti, collocati su di essi, non li avvertivo più estranei né, tanto meno, invasivi: li percepivo progressivamente cose, immagini, significati. Oggetti/soggetti che suscitavano in me risposte emotive impulsive di consenso o di rifiuto. Erano compagni, buoni o cattivi, che attendevano pazienti di essere presi in considerazione, collocati nella sabbiera o rimanerne fuori, nel mondo reale che in quel preciso momento non avevo bisogno mi appartenesse ma che comunque avvertivo presente, attento, pronto. Ho scrutato con serenità tutti gli oggetti, non avevo fretta ma, ripensandoci, in pochi minuti li avevo esaminati tutti. Con lo sguardo sono passato sopra un monaco cristiano ortodosso (pope). Pochi anni prima ne avevo visto uno simile in un’isola greca: la terra dei miti. Poi, nel mio frugare, ho scorto due maggiolini: uno enorme e uno che, osservatene le dimensioni, sembrava poter entrare in un contesto di realtà e vita. Ho continuato a … cercare e scartare. Ho guardato il mio vassoio e lì ho ritrovato i quattro solchi. ‘È veramente faticoso lavorare la terra’. Come ad aiutarmi a superare questa fatica era visibile e presente nella sabbia l’impronta del pugno pronto a difendermi e confortarmi. Le venature, i solchi lasciati con cui avevo formato il pugno di sabbia (bagnata), erano visibilissimi e lo rendevano oltremodo vivo e pronto a proteggermi. Avevo imparato dalla mia vita che l’aggressività risultava spesso l’unica arma per difendermi da … mi ero illuso di essermi liberato (grazie alle mie precedenti esperienze analitiche) dai pensieri distruttivi: invece erano lì ancora una volta. Mi contattavano, erano concreti. Le immagini sulla sabbia, i solchi, mi ricordavano, con quanta fatica  ero giunto in quella stanza e con quanta rabbia avessi spesso dovuto sopportare le ‘normali’  frustrazioni che la vita riserva ad ognuno di noi. Questa presa di coscienza mi faceva sentire rabbioso e mi permetteva di ricontattare quel nucleo narcisistico che, fino a quel momento, aveva evidentemente trovato altre forme di sopravvivenza. Stavo ancora una volta, confrontandomi con le mie parti cattive. Questi contenuti che mi erano sembrati elaborati e scomparsi (come se un bel giorno le parti cattive, la conflittualità e la sofferenza potessero liberarsi per sempre da noi) erano lì: potevo non solo ascoltarli ma anche vederli e toccarli. Con il Gioco della sabbia, avevo trovato un aiutante che consentiva non solo di confrontarmi direttamente con le mie resistenze ma anche di attivare un passaggio essenziale nel confronto del mio mondo psichico. Dopo il primo contatto con la sabbia ho sentito grande il desiderio di stringerla per aggrapparmici e aggredirla per, forse, non fondermi ma separarmi da lei. Si erano scatenati in me, da me, con, nella sabbia, aggressività e amore. Sentivo scorrere da me a lei un’energia distruttiva dalla quale in quel momento, grazie a quel contatto, era possibile separarmi e liberarmi. Ascoltavo il silenzio ed ero con esso. Avvertivo lo snodarsi libero delle mie fantasie interiori. Stavo vivendo la presenza contemporanea di un dentro e fuori: essere soggetto in una oggettività non precludente. Stavo contattando una nuova dimensione, rendendomi ben conto che la suggestione non era responsabile di quella nuova realtà. Passavo dalla sofferenza all’immaginazione e con questa si creava in me uno spazio interiore per l’immaginario che, taciuto o parlato, mi consentiva di contattare la mia ferita per morire nascendo nella sua integrazione nell’unione degli opposti, nel desiderio di creare. Si erano manifestate condizioni tali da darmi, da permettermi di contattare quell’energia che in nessun altro momento ricordavo di aver ascoltato. La visibilità immaginativa e la sua risonanza inconscia, avvertite nella loro pienezza, erano le traduttrici di emozioni rimaste indistinte fino a quel momento. Con la mano destra ho preso il pope e, quasi a volerlo proteggere nel caso la mano mi avesse ingannato, ho posto la sinistra sotto di lui. C’era una complementarietà tra mano destra che poteva sbagliare e mano sinistra che avrebbe sopperito; tra come il corpo nella sua globalità viene percepito come nella mia mente era rappresentato. Il corpo era presente come unica somma che vede gli addendi solo in situazioni in cui il fenomeno corpo, appare confuso e dissonante. Man mano che la relazione interpersonale con l’analista si consolidava, vivevo con la mente anche il mio corpo come depositario della confusione che mi giungeva dal mio mondo interno. Spesso la mente umana, per un suo limite, è costretta a distinguere, dividere il corpo e lo spirito, ma la Vita, che è più umana, non li divideva. Avevo l’impressione di vivere un momento psicotico per cui sentivo, verso l’oggetto prescelto, un attaccamento accentuato che andava al di là del simbolico. È come se avessi vissuto, in quei brevi istanti, una relazione simbiotica con l’oggetto scelto, come sono soliti fare i bambini psicotici che focalizzano tutti i loro investimenti pulsionali in un oggetto privilegiato. Capivo l’importanza, il valore difensivo della psiche, che poteva oggettivare il desiderio (arcaico) di sopprimere i troppi messaggi che giungevano alla mia mente: l’animato (monaco), le persone (analista), le pulsioni, le emozioni, gli affetti e il corpo con le sue manifestazioni. Il silenzio mi accompagnava e con esso potevo cogliere un tempo indefinito e la presenza di qualcuno che, da un riquadro che separava ed univa due stanze, sapeva attendere e contenere (la terapeuta). Ho depositato, sdraiandolo al centro della sabbiera, quel Signore; ho atteso qualche momento, e su un angolo a destra in alto (lontano da me), ho posto la piccola coccinella. La pressione delle dita l’aveva quasi sepolta. L’ho presa con delicatezza e l’ho posta in un angolo della sabbiera in modo che potesse vedere ed essere vista. Ho posto in piedi il monaco facendo in modo che il suo sguardo fosse in direzione di quello della coccinella. Ho cercato di parlare di lui, ma il parlarne faceva ‘si che me ne allontanassi; non l’avvertivo entità corporea, o per lo meno non solo. L’ho sentito, prima di corpo, un conglomerato di energia. Vedevo un’immagine antica: il vecchio saggio e, in essa, l’unione degli opposti. La sua barba bianca, la sua austerità, il suo abito lungo, i capelli che gli scendevano sulle spalle … tutto suggeriva un senso di rispetto; forse per questo, l’avevo posto in piedi, ma non riuscivo a capire perché i suoi occhi fissavano quelli dell’insetto. Forse a questa domanda ho già risposto, forse potrò rispondere domani, forse tra dieci anni, oppure mai. Ritengo, più che il significato (occidentale) della risposta, sia pregnante saperne ascoltare e cogliere il valore simbolico. La complessità del mondo psichico è tale da non permetterci di esaudire con risposte logiche le tematiche che possono scaturire dalle nostre infinite richieste e ricerche. «Le coccinelle portano fortuna», mi ripetevano da quando ero bambino. Era presente la percezione di un tempo dal quale, più di tanto, non ci si può allontanare: l’immagine del piccolo coleottero mi indicava quanto ancora ne fossi imbrigliato. Ho ricontattato i momenti di felicità incontenibile che provavo quando, a quattro-cinque anni, riuscivo a trovarne uno, o meglio, quando si depositava, come avevo fatto io sulla sabbia, sul mio corpo. Forse la sabbia era il mio corpo, il monaco il mio pensiero, la coccinella stava a suggerire che la fortuna, il buono, spesso è più vicina a noi di quanto non si creda, ma finché un’energia invadente, prepotente, avida, aggressiva, o avvertita tale, ci assale non è possibile vederlo: materia e psiche si erano potuti compenetrare senza soffocarsi. Intorno al mio pensiero (il monaco) ho posto, a raggiera, molti solchi, molte strade possibili: chissà se un giorno riuscirò a sentirle o a definirle; intanto le ho tracciate.  Quei segni, quei percorsi, stanno ad indicare che essi sono dentro di me. Si dà grande spazio al valore prognostico della prima sabbia. Penso, anche oggi, che precisare alcuni significati possa precluderne altri o, peggio ancora, possa significare il voler tracciare qualcosa di decisamente, volutamente razionale, preciso come la realtà di ogni giorno che assorbe nei minuti e nelle ore scandite dai giorni, dagli anni, tutta la nostra poca vita.”

 

Mengheri, M., 1991, Il gioco della sabbia. Dal comportamentismo alla psicologia analitica attraverso la psicologia ambientale, ETS, Pisa, pp.161-167.

info: 0586892571, mail: mario.airp@gmail.com
sito web: www.mariomengheri.it o su www.airplivorno.com.