24 Giugno 2024

Tra divi e dive del cinema e della televisione provenienti da ogni parte del mondo, blockbuster annunciati e pellicole di nicchia, la Mostra del Cinema di Venezia continua ad offrire, anno dopo anno, spunti interessanti ed un’atmosfera unica. Anche in questa edizione ho avuto la fortuna di assistere alla proiezione di buona parte dei film, sia in concorso che non, ma, come sempre, non a quella del vincitore del Leone d’Oro, in questo caso The Woman who left del filippino Lav Diaz, confermando così una curiosa e singolare quanto irritante consuetudine.

 

Piuma 6,5: Roan Johnson dirige in modo sapiente questa commedia adolescenziale, aiutato anche dalla discreta bravura dei giovani interpreti, Luigi Fedele e Blu Yoshimi. In un clima di polemica politica legata ad un tema delicato come la maternità, che poteva indurre il film a prestare il fianco a critiche bipartisan, il risultato, seppur senza pretese, è sicuramente godibile. Da segnalare, soprattutto, il talento di Sergio Pierattini nei panni del padre di Ferro, il protagonista.


Une vie 5: non basta la prestazione maiuscola di tutti gli interpreti, su tutti Judith Chemla, a salvare Stephan Brizé dall’insufficienza. A dispetto di una sceneggiatura apparentemente di tutto rispetto, in quanto tratta dall’opera omonima di Guy De Maupassant, il film risulta eccessivamente ed ingiustificatamente lento, con tempi di regia troppo lunghi e, soprattutto, troppo segmentati, tanto da dare un’idea generale di sconclusionatezza e di mancanza di collegamento tra le varie sequenze. Inoltre, l’atmosfera tragica della narrazione viene eccessivamente accentuata, attribuendo a situazioni drammatiche un’aria perfino patetica.

The bad batch 4,5: prendete 1997: Fuga da New York, aggiungete un po’ di Mad Max ed un pizzico di cultura pop anni’90, shakerate il tutto ed otterrete una valida sintesi dell’opera di Ana Lily Amirpour. Trama apparentemente senza senso, regia ripetitiva, sceneggiatura lacunosa e fragile, attrice protagonista del tutto inespressiva. A chi scrive è parsa, inoltre, inspiegabile la presenza in scena di attori del calibro di Jim Carrey, di Giovanni Ribisi e di Keanu Reeves, che ci avevano abituati a pellicole di ben altro spessore.

Voyage of time 6,5: grafica digitale e lunghe sequenze sottomarine, inframmezzate da varie immagini di repertorio, costituiscono la spina dorsale del documentario diretto da Terrence Malick, il quale ci racconta la storia del mondo a partire dal Big Bang. Per gli amanti del genere, del regista o di entrambi, indubbiamente da vedere. Unica nota stonata, a parere di chi scrive, la voce narrante di Cate Blanchett, che leggeva versi di Malick stesso.

Jackie 7,5: Pablo Larraìn dirige una bravissima Natalie Portman, presente al Lido, in un film che, traendo spunto da un’intervista e tramite un pressoché ininterrotto flusso di coscienza, traccia un profilo psicologico di Jacqueline Kennedy, descrivendo i giorni immediatamente successivi all’omicidio del marito. Tra il dolore per la morte di quest’ultimo, il dover comunicare un avvenimento tanto tragico ai due figli e l’esigenza di abbandonare la Casa Bianca, trovando parimenti un altro tetto, la Portman riesce a portare sullo schermo tutte le sfaccettature e le paure di un personaggio storico indubbiamente complesso, elegante e dignitoso in pubblico quanto fragile, a tratti debole, in privato. Memorabili le sequenze in cui la vedova dialoga con un prete, interpretato da un ottimo ed inossidabile John Hurt, interrogandosi sul senso delle sue sofferenze

Chilean film maker Pablo Larrain (R) and US actress Natalie Portman (L) arrive for the premiere of 'Jackie' during the 73rd Venice Film Festival in Venice, Italy, 07 September 2016. The movie is presented in The Official competition 'Venezia 73' at the festival running from 31 August to 10 September. ANSA/CLAUDIO ONORATI
Chilean film maker Pablo Larrain (R) and US actress Natalie Portman (L) arrive for the premiere of ‘Jackie’ during the 73rd Venice Film Festival in Venice, Italy, 07 September 2016. The movie is presented in The Official competition ‘Venezia 73’ at the festival running from 31 August to 10 September. ANSA/CLAUDIO ONORATI

The Journey 7+: tipica commedia british, ma con il tragico sfondo dei troubles nordirlandesi. Ispirata a fatti reali, la storia, seppur inventata, è ampiamente verosimile e i due interpreti, entrambi bravissimi, riescono a spaziare magistralmente da situazioni comiche ad atmosfere chiaramente drammatiche, come accade in occasione del dialogo che il leader dell’IRA Martin McGuinness (Colm Meaney) e l’invasato predicatore protestante Ian Paisley (un Timothy Spall davvero sopra le righe), capi delle rispettive fazioni, intrattengono in un cimitero. Il fatto che buona parte della pellicola sia ambientata all’interno dell’abitacolo di un’auto non inficia minimamente l’ottimo lavoro svolto da Nick Hamm e dai suoi attori.

Paradise 8: la parola “capolavoro” potrebbe non essere una bestemmia, di fronte all’ultimo lavoro di Andrei Konchalovsky. Tre personaggi, un collaborazionista francese, un giovane ufficiale delle SS ed una nobildonna russa, raccontano ad un invisibile San Pietro le loro vite ed i loro peccati, in attesa di essere giudicati. Il tema principale, quello dell’Olocausto, è stato trattato da un numero incalcolabile di opere, cinematografiche e non, ma il regista russo riesce con maestria ad affrontarlo senza risultare banale, ripetitivo o, soprattutto, buonista. Ognuno dei protagonisti viene tratteggiato e definito al millimetro, risultando complesso e pieno di sfaccettature, tanto che forse è proprio il giovane nazista, interpretato da Christian Clauss, a suscitare maggiormente la compassione dello spettatore, soprattutto quando, al termine del film, tenta ancora una volta di autoconvincersi del suo status di ubermensch, come se desiderasse ardentemente dare un senso alle proprie azioni, pur essendo tragicamente consapevole del contrario. “Il male esiste e basta, fa parte di noi, mentre il bene necessita un’azione ulteriore” potrebbe essere la frase maggiormente esemplificativa del messaggio della pellicola. Chicca ulteriore, i colloqui sulla letteratura russa e, in particolare, su Anton Cechov.


Questi giorni 4,5: i temi brillantemente affrontati dalla trilogia della fuga di Salvatores vengono ripresi in modo frettoloso e banale da Piccioni, che, occorre specificarlo per onestà intellettuale, viene anche tradito dallo scarsissimo spessore delle interpreti protagoniste, le quali vestono per l’occasione i panni di quattro stereotipi di ragazze, tutti infarciti di banalità e di un diffuso sentore di già visto. Road-movie inutilmente melenso e per niente nobilitato dalla presenza di Margherita Buy, pur apprezzabile, e di un Filippo Timi stranamente sottotono.

Our war 7: filmati reali e le testimonianze di tre foreign fighters che si sono uniti alla milizia curda YPG per combattere contro lo Stato Islamico costituiscono un’opera da mostrare in prima serata, soprattutto in quanto non propagandistica, bensì didattica. Un ragazzo italo-marocchino, un ex marine statunitense ed un immigrato curdo svedese, tutti presenti in sala, si recano in Rojava spinti da motivazioni differenti; il primo dall’ideologia, il secondo da un desiderio di evasione e il terzo per difendere il proprio popolo d’origine dalla barbarie jihadista. Più che l’efficacia delle immagini, troppo di rado proposte dai nostri media nazionali, rileva il messaggio finale del documentario: non conta l’ideologia, tanto più che solo l’italiano risulti davvero politicizzato, bensì il desiderio di lottare e di rischiare la vita per qualcosa e, soprattutto, contro il Male assoluto, in un’epoca in cui la globalizzazione e l’anarco-liberismo imperanti hanno fatto di tutto per uccidere ogni tipo di senso d’appartenenza.

Planetarium 7-: a far aumentare il voto sono, senza ombra di dubbio, l’indiscusso talento di Natalie Portman e la sorprendente Rose-Lily Depp, figlia sedicenne del superdivo Johnny. La storia, che sembra promettere complessità, è, alla fine, semplice e lineare, ma non risulta mai noiosa o banale. Buona la regia e sicuramente apprezzabile l’omaggio al cinema nel suo insieme che traspare fin dalle prime inquadrature. A tratti nebuloso nel suo significato, ma interessante.

On the milky road 6,5: in quest’opera sono riscontrabili tutti gli elementi ed i temi cari ad Emir Kusturica, ossia l’atmosfera circense, la musica sfrenata e le danze gitane, il tutto con lo sfondo del conflitto jugoslavo, immortalato, pur nella sua tragicità, con una irrefrenabile vis comica, anch’essa marchio di fabbrica del regista serbo. Sicuramente godibile fino a circa due terzi della proiezione, il film sembra poi trascinarsi lentamente e stancamente verso la fine. Da segnalare una Monica Bellucci, attesissima al Lido, incredibilmente più a suo agio nella recitazione in serbo che in quella nella sua madrelingua, ed una bravissima Sloboda Micalovic, entrambe interpreti di spasimanti del protagonista, Kosta il lattaio, rappresentato da Kusturica stesso.

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I magnifici sette 5: da salvare solo Denzel Washington ed il sottovalutato, a parere di chi scrive, Ethan Hawke. Per il resto, un remake superficiale, solo action e che di western ha poco dell’opera omonima di John Sturges.

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