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Questo Grexit non s’ha da fare!

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La notte tra il 12 e il 13 Luglio è stata senz’altro una delle notti più lunghe per l’Europa. Si è svolto, infatti,  il vertice europeo per trovare un accordo tra le istituzioni UE e quelle greche al fine di evitare il fantomatico Grexit, che è stato più volte invocato e temuto dall’opinione pubblica occidentale. Tale incontro sembra aver portato risultati soddisfacenti: alla sua fine, dopo 17 ore di trattative, è stato festeggiato dai mercati e da buona parte dei partecipanti.

Quello riportato è il tweet del premier belga Charles Michel, alla fine delle trattative. Questi era uno dei cosiddetti “falchi”, ossia coloro che avrebbero, senza troppi problemi, auspicato il Grexit. La soddisfazione per l’accordo però è del tutto spiegabile, così come la rottura con l’ex ministro delle finanze greco Varoufakis, che si è detto deluso dalla gestione delle ore post-referendarie da parte di Tsipras fino alla conclusione dell’accordo con l’Eurogruppo che, va comunque ricordato, dovrà essere ratificato con un lungo procedimento dal parlamento greco e da quello di alcuni paesi europei, nonchè nuovamente dallo stesso Eurogruppo.

Per poter analizzare quale sia il motivo della rottura tra Alexis e il suo ex ministro, come anche la soddisfazione dei “falchi” come Michel, è bene però osservare il contenuto del testo dell’accordo preso in esame.

Il piano concordato dalle parti può essere così riassunto:

  • Revisione del regime dell’IVA per aumentare il gettito fiscale
  • Riforma del sistema pensionistico per garantirne la sostenibilità nel lungo periodo e compensare i danni al bilancio, in seguito alla sentenza della Corte Costituzionale greca del 2012
  • Indipendenza dell’ELSTAT (versione italiana dell’ISTAT), dell’HFSF (Fondo ellenico di stabilità finanziaria) e degli uffici amministrativi dal potere politico
  • Istituzione di un consiglio di bilancio che introduca tagli automatici alla spesa pubblica, in caso di deviazioni dagli obiettivi di bilancio
  • Approvazione di un codice di procedura civile per accelerare i processi civili e ridurne i costi
  • Ricezione direttiva BRRD (direttiva 2014/59/UE) sul risanamento e sulla risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento europee
  • Liberalizzazioni del mercato dei prodotti in vari settori
  • Privatizzazione del gestore delle reti di trasmissione dell’energia elettrica o misure equivalenti sul piano concorrenziale
  • Riforma del mercato del lavoro volta ad una maggiore flessibilità
  • Creazione di un fondo di garanzia del debito in cui verranno trasferite proprietà pubbliche che verranno privatizzate (i proventi, stimati intorno ai 50 miliardi, serviranno per le ricapitalizzazioni delle banche, riduzioni del debito pubblico e investimenti)
  • Normalizzare i rapporti con la ex-Troika
  • Modifica retroattiva della legislazione in contrasto con l’accordo del 20 Febbraio

Questi sono i requisiti minimi che la Grecia deve soddisfare per accedere al piano di aiuti che prevederà, qualora siano rispettati, l’istituzione, a carico del MES, di un fondo di almeno 10 miliardi di euro per la gestione di eventuali future crisi del sistema bancario, 35 miliardi di euro dalla Commissione Europea per incentivare l’attività imprenditoriale greca e rilanciare l’occupazione, e altri finanziamenti per un totale di circa 82-86 miliardi, di cui 12 anticipati “sulla fiducia” prima dell’eventuale approvazione definitiva.

La soddisfazione dei “falchi” è quindi comprensibile. Di fatto, Tsipras, sebbene abbia ottenuto finanziamenti a pioggia, ha ceduto su tutta la linea nelle trattative. Varoufakis ha dichiarato in un’intervista a “New Statesman” che avrebbe voluto agire diversamente, in aperto contrasto con l’Eurogruppo, emettendo dei buoni di credito chiamati IOU, tagliando il rimborso dei bond greci detenuti dalla BCE e riprendendo il controllo della Banca di Grecia. Ciò avrebbe portato la Grecia in una situazione in cui il Grexit sarebbe stato quasi inevitabile e avrebbe indotto le controparti ad accettare condizioni più favorevoli alla Grecia. Non scordiamo, infatti, che Varoufakis è un noto esperto di teoria dei giochi e, inquadrando la situazione da quel punto di vista, possiamo vedere come questa si riconduca al “gioco del pollo”. Per chi non lo conoscesse, questo gioco prevede due agenti che guidano due macchine l’uno contro l’altro. E’ inevitabile che, se nessuno dei due sterza, prima o poi si scontreranno. Nessuno dei due agenti però vuole essere il primo a sterzare. A prescindere dal mero aspetto accademico, che non è rilevante in questa sede, possiamo intuire che un modo per far sterzare per primo l’avversario è mostrargli lo sterzo della propria macchina bloccato prima di cominciare la sfida. Ovviamente, questi, che non è un folle suicida, anche se accetterà comunque di correre, sarà il primo a sterzare, sapendo per certo che l’altro è materialmente impossibilitato a farlo.

Tuttavia questo discorso, perchè abbia un senso logico, necessita di un presupposto implicito non trascurabile: l’Unione Europea NON può permettersi che la Grecia esca per nessun motivo. Presupposto facilmente dimostrabile, considerando anche gli agenti esterni all’UE come USA e Russia: Tsipras, infatti, ha più volte incontrato Putin, di persona o tramite propri ambasciatori, e Putin ha più volte dimostrato l’interesse ad aiutare la Grecia contro i partner europei. D’altro canto, la Russia, riuscendo ad estendere la propria influenza su Atene, otterrebbe uno sbocco strategico sul Mediterraneo. E questo è un fattore che, per l’attuale situazione geopolitica, non è assolutamente marginale. Tutto ciò è noto a Washington, pertanto non stupisce sapere che dagli uffici della Casa Bianca siano partite chiamate ai leader europei, probabilmente per fare pressioni al fine di scongiurare il Grexit.

Ciò che stupisce, invece, è che Tsipras abbia ceduto nelle trattative facendo spaccare il suo stesso partito, nonostante avesse potuto immaginare questa situazione, come sicuramente avrà fatto il suo ex ministro Varoufakis. La motivazione di ciò può sussistere nella minaccia di un governo di unità nazionale a guida moderata.

Per adesso è certo solo che Tsipras si troverà ad affrontare l’opposizione dell’ala meno “migliorista” di Syriza e le mobilitazioni popolari che stanno avvenendo in queste ore, al fine di fare approvare dal parlamento l’accordo. Sarà sicuramente difficile conciliare le posizioni interne al partito, in sede di votazioni, e probabilmente il premier avrà bisogno dei voti delle opposizioni.